Satsang con Swamiji 3

Firenze, ottobre 1994

Domanda: che cosa si intende con ego?
Swamiji: Ego è un termine molto impreciso, usato in inglese per descrivere il senso dell’individualità. E questa individualità, che è rappresentata dall’ego, è consapevolezza solo auto-centrata o auto-orientata. E l’ego denota anche alcune forme di interazione egoistica o negativa del sé individuale con l’ambiente esterno. 
In sanscrito c’è una meravigliosa parola che descrive questo processo dell’ego: ahamkara, che significa identità del sé, dell’essere individuale. E in accordo con la tradizione yogica si dice che quando uno vive nel mondo manifesto l’ego manifesta. E questo ego o ahamkara è il senso di individualità, che io sono un’unità, una distinta unità. Un’unità della realtà suprema o coscienza.
E quando questa autoidentità entra in relazione con i gunas cambia la qualità della vita o la sua espressione. Ciò che consideriamo ego è l’aspetto negativo o tamasico di quell’essere individuale. E occorre capire l’interazione dell’identità individuale con i gunas allo scopo di capire il processo dell’ego.
Lo yoga ha descritto 3 qualità principali o attributi che governano un essere individuale. Tali qualità sono conosciute come sattwa, rajas e tamas. Noi come esseri umani tendiamo ad essere più profondamente coinvolti in uno stato tamasico, che è fisso, che non permette ad alcun cambiamento di prendere posto nel comportamento normale della personalità umana; è un modello fisso di credenza, di azione, di comprensione; ed è anche un modello fisso di mente e interazione con la società. Questo non permette alla trasformazione del sé interiore di prendere posto naturalmente. E se c’è desiderio di cambiarsi, c’è anche paura e insicurezza. E sentiamo che queste paure e insicurezze sono la causa di molti problemi psicologici, personali ed emotivi. In altre parole potremmo dire che l’auto-identità tamasica o ego non procura opportunità per aggiustamenti nella vita.
La prossima auto-identità è rajasica per natura. Lavora per l’ottenimento di soddisfazione e compimento, che è ancora auto-orientato. Quello rajasico è uno stato di attività o dinamismo, ma attività auto-orientata. Il terzo attributo è sattvico, che vuol dire puro, equilibrato, armonioso e luminoso.
Normalmente noi ci muoviamo dallo stato tamasico o rajasico per tornare al tamasico per tornare al rajasico. C’è assenza di consapevolezza, espressione, comportamenti e comprensione sattvici. Lo scopo dello yoga è far evolvere la qualità sattvica nella vita. Questa qualità chiamata sattvica è uno stato armonioso ed equilibrato di percezione e comportamento, in cui la creatività interiore si esprime pienamente.
Allo scopo di giungere allo stato sattvico occorre praticare la meditazione, ma la meditazione in se stessa non è sufficiente, occorre cambiare attitudine e visione della vita. Questa attitudine è un aspetto molto importante e per cambiarla è necessario avere una visione am-pia e l’abilità di capire e interagire creativamente e positivamente con l’ambiente e le situazioni.
Allo scopo di giungere a questo stato di interazione con la vita, occorre definire le aree di forza e di debolezza, le ambizioni e le spinte della nostra personalità. Le forze sono qualità che possiamo utilizzare allo scopo di elevare la nostra natura, di trasformarla. Le debolezze devono essere cambiate e superate, fino a convertirle in forze. Per esempio l’indecisione deve essere trasformata in ferma convinzione. Perdita di volontà deve diventare pura e concentrata volontà. Insicurezza deve essere convertita in uno stato di armonia. E in questo modo le debolezze, quelle personali e individuali e le loro qualità devono essere cambiate.
ColosseoLe spinte della natura umana andrebbero comprese per vedere qual è il risultato finale di una particolare spinta. Soddisfa il bisogno di uno o di molti? Contribuisco al mio ambiente personale o anche a quello della società e della comunità? E questa spinta, la consapevolezza di questa spinta è un aspetto del karma yoga.
Ovviamente anche le ambizioni devono essere incanalate. Cosicché siamo più in armonia con la realtà della vita e non le fantasie che dominano la nostra mente. In questo modo piano piano, cambiando l’attitudine si può cambiare la natura dell’ego.
Dunque la meditazione combinata con la consapevolezza di questi quattro aspetti della nostra natura aiuterà a procurare un’espressione armoniosa dell’ego. 

Domanda: Puoi parlarci dello yoga come terapia?
Swamiji: Ci sono tre aspetti della pratica yoga: curativo, preventivo e promozionale. La spinta principale dello yoga è la promozione della salute umana. E la salute umana non è confinata solo al corpo fisico, ma è l’aiuto totale della personalità umana. Dal fisico al mentale all’emozionale all’intellettuale al fisico allo spirituale. E le pratiche normali di yoga, se è una buona combinazione di tali pratiche, promuoverà la salute del praticante. Una cosa importante è che sia una buona combinazione di pratiche. Solo hatha yoga non è sufficiente, solo raja yoga non è abbastanza.
Dopo tutto un essere umano combina le qualità di testa, cuore e mani. La testa rappresenta l’interazione razionale e intellettuale. Il cuore rappresenta le sensazioni e la sensibilità emozionale e interazionale. E le mani rappresentano l’interazione esterna di corpo e mente con la società e il cosmo. E se noi cerchiamo solo di concentrarci su un aspetto della nostra vita siamo destinati ad essere squilibrati. Dunque una buona combinazione di pratiche dovrebbe promuovere la salute globale della personalità umana.
Un altro aspetto dello yoga che sta emergendo molto fortemente è l’aspetto curativo, l’aspetto terapeutico. E nell’aspetto terapeutico gran parte del lavoro è stato fatto sulla gestione di problemi ed elementi fisici. Qualche lavoro è stato fatto sulla gestione di disordini e problemi mentali. Ma tuttavia questi sono considerati aspetti specializzati dello yoga, che per avere risultati e aiutare devono essere seguiti appropriatamente da un insegnante yoga che capisca l’umana natura. In effetti, l’intero sistema dello yoga nella tradizione può essere considerato essere una forma di psicoterapia, in cui si impara a gestire i comportamenti della mente esterna conscia, subconscia e inconscia. Coloro che hanno studiato lo yoga tradizionale nell’opera Yoga sutra di Patanjali avranno incontrato all’inizio che yoga è il controllo delle modificazioni della mente. E quello è considerato essere il testo classico sullo yoga, dove l’intero approccio della pratica yoga è insegnare a gestire la mente umana. Le pratiche fisiche dello yoga giocano un ruolo piccolissimo negli Yoga sutras, infatti le pratiche di asana che sono state descritte sono solo quelle meditative.
Ci sono poi altri trattati che descrivono gli altri sistemi di hatha e bhakti, ma molta della letteratura sullo yoga hanno a che fare con la mente e il sistema si sta gradualmente evolvendo e diventando uno strumento potente per gestire i disequilibri mentali, emotivi e fisici. E dalla nostra comprensione è possibile trattare diversi squilibri mentali e raggiungere uno stato di normalità attraverso la pratica dello yoga. Ma occorre tempo, senza dubbio. Se qualcuno si sta curando con medicine o altri trattamenti, combinare con psicoterapia yoga può rivelarsi molto utile.
Il terzo aspetto dello yoga è quello preventivo. Raggiungere uno stato ottimale di salute ora, attraverso le pratiche, ed evitare sintomi di stress e tensioni, che possono creare un disequilibrio. E questo è l’aspetto preventivo dello yoga.

Domanda: In un incontro di molti anni fa, Swami Satyananda mi disse cge dovevo diventare uno swami. Egli disse. Che cosa significa questa frase concretamente?
Swamiji: Perché non lo sei diventato finora? Vedi, la parola uno swami non è una parola religiosa, ma è uno stato dell’essere. Rappresenta uno stato dell’esistenza. Non è vita monastica, piuttosto denota lo stato di controllo totale sulla mente. Swami significa maestro di se stesso. Sw significa sé e ami significa maestro, penso che ci sia una parola simile anche in italiano. In spagnolo c’è su amo, che vuol dire o rappresenta un praticante di yoga che aspira ad andare a fondo nel sistema e perfezionarsi. E perfino conducendo una vita normale è possibile avere l’attitudine di uno swami, lo stile di vita di uno swami. Naturalmente, ci sono certe discipline che devono essere seguite, nelle quali cerchiamo di osservare la natura della mente e sviluppare qualità di vita.
Naturalmente, tendiamo a identificarci con il concetto più che con la pratica. Se io inizio qualcuno in Sannyasa, loro pensano di essere già esseri evoluti e che hanno raggiunto un livello, dimenticando che nella tradizione di sannyasa il grado viene dato per primo e la tesi viene più tardi; e il grado che viene dato per primo rappresenta la speranza e la fiducia del maestro o del guru in voi. E il guru spera disperatamente che nel corso della vita voi possiate scrivere poche pagine della vostra tesi. Ma non appena abbiamo ottenuto il grado lo appendiamo alla parete e diciamo: siamo tutti perfetti. E quel modo invece di migliorare attualmente deteriora. Infatti ci sono molte persone che sono diventate più egoiste, auto-centrate, negative e orribili.
La comprensione o la conoscenza dello stile di vita sannyasa deve evolvere naturalmente dall’interno. E sannyasa significa armonia interiore, che si esprime esternamente e che riguarda ogni altro essere col quale siamo in contatto. E swami rappresenta un aspirante che sta cercando di raggiungere quel livello di perfezione. E quando avrete perfezionato lo stato di swami diventi un paramahamsa. E perfino dal livello di paramahamsa avete un lavoro duro per perfezionarsi in un’altra dimensione. Nel mondo prima di tutto dovete lavorare e poi raggiungere il vostro certificato. E nella vita spirituale prima prendi il tuo scopo e poi hai da camminare verso quello scopo. Perciò fin dal primissimo stato siete consapevoli della direzione in cui dovete andare. Dunque, siate aspiranti sinceri e in quel modo un giorno diventerete swami.

Domanda: Come dovrebbe essere la relazione tra guru e discepolo?
Swamiji: Per prima cosa dobbiamo capire la parola guru e poi dobbiamo capire la parola discepolo. Guru significa una persona che può guidarci nel nostro processo di evoluzione e più specificatamente farci divenire stabili nella nostra vita spirituale. Al giorno d’oggi la parola guru viene usata in modo molto impreciso in quasi tutti i posti. In India perfino il portatore di risciò è conosciuto come guru, naturalmente nel senso che è una persona che può portarvi a destinazione; più che altro è un modo di dire. Così anche un taxista è un guru. Ma il significato attuale di un guru è: “dissipatore di oscurità”. Uno che può darvi una nuova, positiva, creativa visione della vita. Cosicché voi potete esperire la creatività universale interiore dentro di voi. E perciò il significato attuale di guru è in senso spirituale e non in quello fisico.
Ed anche la parola discepolo dovrebbe essere compresa. Non vuol dire persona, non vuol dire studente. Significa: qualcuno che ha urgenza di realizzare il proprio sé interiore. Ed è capace di seguire sinceramente le linee guide fornite dal guru. La parola in sanscrito è shishya che significa uno che può abbandonare l’ego. E quando uno può abbandonare quell’identità individuale o lasciar perdere quella identità individuale, allora egli è un discepolo.
La relazione tra guru e discepolo non è solo accademica, ma può anche accadere a livelli differenti. Avrete letto la biografia di Milarepa: il suo guru non gli insegnò meditazione, non gli parlò di alcun satsang. Piuttosto lo lavorò come uno schiavo. Trasportando pietre, costruendo case per distruggerle e rifarle in un altro posto. Ora considerate di essere un ricercatore spirituale e al posto di Milarepa. Per molti anni, se voi aveste solo il compito di trasportare pietre da un posto all’altro che cosa pensereste? Eh, questo guru è pazzo, io non sono venuto qui per questo tipo di lavoro, sono venuto qui per la mia realizzazione spirituale. E lo lascereste nel giro di una settimana andando a cercare qualcun altro che si accordasse con il vostro credo o con le vostre inclinazioni. Voglio dire per noi, il guru deve adattarsi nel nostro compartimento e non noi al compartimento del guru. E perciò non troviamo guru nel mondo ora, infatti, al giorno d’oggi le persone hanno perfino cominciato a divorziare dai loro guru. Così in questo modo non potrà mai crearsi alcun legame interno.
Il legame che è creato naturalmente tra guru e discepolo, è di semplicità e purezza. E questo legame è il fattore che unisce lo spirito del guru con quello del discepolo. E a livello spirituale loro diventano uno.

Domanda: Se è possibile, potresti dirci qualcosa circa la visita di Swamiji in novembre e dicembre?Montescudo5
Swamiji: Bene, dovete aver ricevuto il suo invito, su cui sono indicate già molte cose. Questo invito da lui non è per lui ma per le persone che desiderano vederlo. Perché da quando la gente sa che egli vive dove si trova ora, hanno cominciato a bussare alla sua porta senza considerare che cosa egli stava facendo. Ed egli infine evolvette in un sadhana altissimo, andando oltre lo stato di paramahamsa e passando allo stato di Avadhuta. Avadhuta è una persona che trascende il corpo e la coscienza del mondo. E nello stato di avadhuta c’è un costante stato simile all’estasi.
Quando Parahamsaji lasciò l’ashram, come da direttive ricevute dal suo guru Swami Sivananda, cominciò a praticare i più alti sadhana spirituali e allo scopo di stabilizzarsi nella pratica e nello stato di consapevolezza doveva isolarsi da chiunque. Viene un tempo nella vita di un sanyasa quando deve esserci isolamento e si vive continuamente in uno stato perpetuo di sadhana. Quando ci sono distrazioni dovute a persone che vanno e vengono, allora la mente non è fissata su alcun sadhana e queste distrazioni alla fine non aiutano il processo di un aspirante spirituale.
Dunque lui diede precise indicazioni, che nessuno avrebbe dovuto disturbarlo, in modo tale che noi avremmo dovuto considerarlo morto. E disse molto chiaramente: "Non venite più per vedermi" . Questo perché tutto ciò che aveva da dire e da insegnare l’aveva detto, pubblicato e scritto. E le persone dovevano capire che cosa accadeva e come evolverei da quegli stati.
Ma come sempre accade le persone non sono mai soddisfatte da quel tipo di domande a causa dell’attaccamento emotivo, e ad ogni ora andavano a disturbarlo. Così lui disse "Okay, coloro i quali vogliono vedermi possono venire questo mese e io li vedrò, darò loro istruzioni poi non voglio vedere più nessuno". Così quella fu l’ultima opportunità che avevamo di essere fisicamente in contatto con lui, o può essere che tra pochi anni lui dia ancora darshan, dipende da lui. Ed è un’opportunità che è stata data di connetterci non solo con lui, ma con il più alto scopo della vita.
Perché ciò che lui sta facendo ora non è lo yoga ordinario a cui siamo esposti. Le pratiche di Paramahamsa sannyasin sono molto diverse dalle pratiche degli studenti di yoga. E attraverso queste pratiche uno sviluppa un controllo molto forte sugli elementi fisici. Nello stato di siddha, uno controlla la natura e gli elementi, non solo esternamente ma anche fisicamente, dentro il corpo. Un esempio del suo sadhana è il seguente: da gennaio a giugno egli pratica un sadhana vedico particolare, in cui egli deve sedersi tra i fuochi (e non chiedetemi la ragione perché non ve la voglio dire e voi non dovreste voler capire altro perché appartiene a un livello differente di sadhana e di esperienza spirituale. Ma solo per descrivere ciò che si può provare, 4 fuochi sono accesi di fronte, dietro e ai lati e il quinto fuoco è il sole, il sole indiano d’estate. Quando egli siede nel mezzo la temperatura sale o 90° e lui pratica durante l’estate. Che cosa faccia là è un suo affare personale. Ma solo per darvi un’indicazione della sfida a cui il suo corpo, a 74 anni deve sopravvivere. E quando siede là alla fine del suo periodo sadhana il suo corpo sembra rame brunito e se guardate nei suoi occhi non siete capaci di guardare dritto a lui. Sono come palle di fuoco, che guardano dritte attraverso voi, o bruciano attraverso voi.
In questo modo ci sono altri Sadhana che sono destinati alle diverse stagioni dell’anno. E lui li sta praticando tutti. Non perché ne abbia bisogno, ma secondo me per creare una tradizione di sadhana per i sannyasi paramhansa. Perché c’è stato un declino nella tradizione di sannyasa, la gente ha cominciato ad essere coinvolta nella realizzazione di ambizioni attraverso sannyasa, costruire un impero e ha perso la visione originale, per la quale avevano preso sannyasa. E sannyasa rappresenta un processo evolutivo costante della coscienza umana. Naturalmente la purezza della tradizione viene stabilita da qualunque cosa egli stia facendo.
Questa è un’opportunità per ricollegarsi con lui -prima- e poi con sua direzione spirituale, in cui sta cercando di guidare tutti noi. Ciò non vuol dire che vi sarà richiesto di sedersi nei quattro fuochi. Avere una visione di quello che è la spiritualità e di quanto lontano potete andare.

Domanda: Qual è la qualità per amare e per essere amati?
Swamiji: Comincio dal simbolo dell’amore. L’amore è qualcosa che io non ho capito completamente e in modo appropriato. Perché io sento che ciò che percepiamo, quello chiamato amore, l’espressione normale non è la soddisfazione sensoriale di ogni tipo in definitiva non è amore. L’appagamento emotivo non è amore, rapporto intellettuale non è amore. E queste invece sono cose che noi mettiamo insieme e diciamo che è amore.
Quando parliamo di amore pensiamo felicità e appagamento emotivo, rapporto intellettuale, appagamento sensoriale e perfino ap-pagamento sessuale. E con ciò la sensazione di possessività diviene anche molto forte. Tutto questo combinato insieme ci dà un senso di sicurezza esterna e crea attaccamento. Quando cerchiamo di proiettare l’amore su qualcun altro, lo facciamo con qualche tipo di attitudine personale, egoistica. E per favore non preoccupatevi, io posso essere ingiusto, assolutamente ingiusto, ma sto solo esprimendovi il mio discernimento, finora. E non sono mai stato capace di dire che queste occupazioni siano amore.
Io sento che l’amore è qualcosa di più profondo, una forza unificante. Nella mia sensazione ci sono pochissime persone nel mondo che hanno esperito il vero amore. Questo vero amore è una forza che domina l’intera natura umana. Swami Sivananda, nostro nonno-guru, usava dire che ci sono due tipi di amore: amore condizionato e amore incondizionato e nel primo ci sono categorie differenti: amore allo scopo di ottenere status sociale, allo scopo di ottenere soddisfazione emotiva, amore allo scopo di possedere qualcosa. E con molti altri tipi di descrizioni. E usava definire l’altro amore come incondizionato. Quell’amore incondizionato usa essere in relazione a un individuo e ad un essere divino, e darebbe origine a un sentimento universale. Affezione verso ognuno, amore per chiunque e non solo per i nostri vicini. Così è l’amore incondizionato che, quando siamo capaci di esprimerlo, ritorna a noi, mille volte tanto. Nell’amore condizionato possono esserci disaccordi ed è ancora affetto da attrazioni e repulsioni. Ma nell’amore incondizionato c’è solo il dare. Senza alcuna aspettativa del risultato. E questo è anche conosciuto come bhakti yoga. Bhakti yoga è dare la pura natura del tuo cuore agli altri. E allo scopo di dare quella pura natura di te stesso all’umanità e a Dio devi giungere a quel livello di perfezione. Tale è la mia sensazione circa questo.

Domanda: Ho ricevuto il mantra da Satyananda, ma non riesco a sentirlo come mio e non sono capace di praticarlo intensamente. Puoi aiutarmi a sentirlo più profondamente?
Swamiji: Dovresti scriverlo, non è una domanda. Dovresti scrivere il tuo mantra, la tua data di nascita e tutto ciò, e allora vedrò che cosa fare. Molte volte questo accade perché tendiamo a razionalizzare il mantra. E il mantra deve confermare il nostro sentire. Ma se noi cerchiamo di sentire “quel mantra è adatto a noi o no” allora molte volte l’effetto del mantra diventa nullo. Perché noi stiamo ancora aggiungendo nostre simpatie e antipatie ad un particolare mantra. Quando il significato o lo scopo di praticare un mantra è quello di portare uno oltre le normali espressioni ed esperienze di attrazione e repulsione. Procurare una più ampia chiarezza mentale, risvegliare l’energia psichica interiore e i mantra sono vibrazioni sonore. Ora molte volte accade che se noi siamo messi in una particolare espressione di energia nel nostro proprio sistema che è bloccato, fisso, e il seme del mantra è piantato quando esso cresce spinge lo stato bloccato e fisso dell’energia. Sapete come il seme rompe la terra quando diviene una pianta. Così quando cominciamo a sentirci a disagio e a sentire “quel mantra non è giusto per me” è perché il nostro modello fisso sta per essere rotto dall’effetto del mantra. E noi cominciamo a sentire che qualcosa è definitivamente sbagliato. Non mi piace questo, non sono capace di concentrarmi. Ma attualmente ciò succederà e succede.
Il mantra deve rompere il terreno della mente.
mon 8C’è un’espressione bloccata di energia, che regola e controlla il mondo esterno. Ma quando noi ci occupiamo del livello fisico, pranico e spirituale, allora questi livelli non coincidono col mondo esterno. L’espressione di questo mondo è diversa da quella manifesta. Allora quella sensazione di essere a disagio con un mantra è costretta a venire fuori. E se vi aspettate di ricevere un mantra in cui vi sentite benissimo state certi che il mantra non avrà effetto. Ah! Ma voi non dovete cercare quella sensazione. Non è che stasera, mentre praticate il vostro mantra cominciate a pensare “Mi sento bene o mi sento male?”. Dev’essere un’espressione naturale, spontanea.
E quando scalpelliamo una pietra per fare una statua, la pietra si fa male. Se la statua dice “Non scalpellarmi, non voglio essere una statua” viene proprio messa da parte, e tutti se ne dimenticano. Ma quando la bella statua è finita tutti la guardano, la ammirano e la adorano. Così io penso che come praticanti di yoga dovreste essere pronti a scalpellarvi cosicché più tardi un nuovo voi possa emergere e tutti possano ammirare e vedere la vostra propria bellezza.

Domanda: Potresti dire qualcosa sul concetto di sankalpa?
Swamiji: Sankalpa aumenta la sensibilità e la potenzialità della mente. Io ho conosciuto nei giorni scorsi, e naturalmente molto di più nel corso degli anni, persone che vorrebbero cambiare il loro sankalpa dopo yoga nidra, ogni settimana. C’era una signora irlandese che diceva: “Ah! Questo è il solo yoga che mi piace. Perché non devo fare nulla: devo solo stare distesa a fare sankalpa e nel giro di una settimana ottengo qualunque cosa desideri”. Perfino i suoi rapporti con la famiglia e i bambini vennero positivamente trasformati. I conflitti che stava vivendo con dei suoi amici vennero armonizzati. Dunque sankalpa sensibilizza la mente, ha a che fare con le energie, che è lo scopo di sankalpa, energie che hanno effetto su di noi. Sankalpa focalizza le energie mentali che, consapevoli, diventano potenti come un raggio laser. 

Domanda: Ci sono dei libri che potresti consigliarci per la nostra crescita, accanto ai testi classici dello yoga?
Swamiji: Allo scopo di perfezionare il vostro proprio yoga, divenire fermi nello yoga, sono sicuro che dobbiate assumere il libro Asana, Pranayama in cui si trovano le pratiche di asana e pranayama che vi rendono capaci di perfezionarle. Poi c’è il libro Yoga nidra che vi renderà perfetti negli stati di rilassamento, mettendovi in grado di andare più in profondità nel vostro subconscio e inconscio e di rimuovere tutti i blocchi o gli squilibri che possono esserci. Poi, allo scopo di rendere consapevoli i potenziali energetici dentro di voi, di risvegliare i chakra ci sono due libri: I Chakra e Kundalini Tantra.
Penso che questi quattro libri possano offrire un quadro variegato delle differenti pratiche yoga, dal corpo fino al livello dei chakras e kundalini. In inglese c’è poi un altro libro Meditations from the tantras.

Domanda: Come le pratiche yoga possono sviluppare la nostra creatività nell’arte e nella musica?
Swamiji: Si è visto che la meditazione può essere di aiuto nel perfezionare la creatività, ma naturalmente deve esserci un processo sistematico di meditazione. Le pratiche di meditazione nello yoga ci portano da uno stato esterno della mente a uno stato interiore più altamente ricettivo. In effetti si potrebbe dire che l’intero sistema dello yoga inizialmente aiuta a sviluppare la creatività umana. E questo è anche il punto di vista tradizionale delle pratiche yoga: aiutano a sviluppare i potenziali della coscienza.
Si è visto che quando pratichiamo lo yoga fisico nel corpo vie-ne attivato il prana.
La gente si avvicina allo yoga per varie ragioni: chi per migliorare lo stato del proprio corpo, chi per trovare flessibilità e stare meglio in salute, chi per imparare come affrontare e controllare stress e tensioni, chi con scopi altamente spirituali, chi perché vuole imparare la meditazione.
Allo stesso modo i professionisti dello yoga sprerano di ottenere diversi scopi tramite la loro pratica. Generalmente in tutto il mondo è stata attribuita più importanza ad alcune pratiche yoga. Per esempio hatha yoga viene considerato importante da chi vuole entrare in armonia con il proprio corpo, e oggigiorno le pratiche di asana e pranayama vengono ritenute parte dello hatha yoga. Invece gli argomenti tradizionali di raja yoga non sono stati diffusi adeguatamente e pochi li conoscono, mentre raja yoga è uno dei “sistemi” yoga più importanti per la società attuale. Nel raja yoga troviamo una serie di pratiche che partono dal corpo e vanno fino alla realizzazione della natura interiore.
Nel contesto vorrei parlarvi brevemente del raja yoga.
Raja yoga tradizionalmente viene descritto come l’ottava tappa del percorso le cui prime due pratiche sono yama (codice di comportamento esterno) e niyama (disciplina a cui aspirare nella vita). La terza e quarta tappa sono asana e pranayama che servono a incrementare la salute del corpo fisico e ad aumentare la ricettività del cervello umano. Dopo asana e pranayama nella quinta e sesta tappa di raja yoga ci sono le pratiche di pratyahara e dharana in cui focalizziamo le energie della nostra mente, così, con una maggiore concentrazione siamo in grado di agire in modo ottimale, usando la nostra creatività nella vita.
Dopo pratyahara e dharana ci sono le pratiche di dhyana e sa-madhi: la prima è meditazione elevata che culmina nella realizzazione del sé profondo conosciuta come samadhi.
Dunque vediamo che nella pratica di raja yoga veniamo in contatto con quattro aspetti della nostra vita: con yama e niyama si lavora sul comportamento umano e l’interazione nella società, anzi possiamo dire che avviene un affinamento della personalità con la pratica di yama e niyama. Questo aumenta le qualità che usiamo nella nostra vita normale e questo ci fornisce un più grande senso di stabilità interiore e disciplina.
Quindi il comportamento è governato con le pratiche di yama e niyama. Poi impariamo a governare i vari sbilanciamenti del corpo con le pratiche di asana e pranayama, infine la quinta e sesta tappa del raja yoga ci insegnano a governare gli stati psichici della nostra personalità. Per lo sviluppo di ogni tipo di creatività lo yoga dichiara che la mente deve essere governata in modo appropriato.
La definizione di creatività in yoga è dare il meglio nell’azione che stai facendo al momento, nella quale bellezza, armonia e forza vengono percepite. E con un’appropriata applicazione uno trova che c’è una profonda armonia tra un’azione individuale e lo scopo per il quale l’individuo sta cercando di raggiungere. Questa disarmonia nell’azione, fra idea e scopo indica una mancanza di creatività.
Così in meditazione o attraverso il processo meditativo cer-chiamo di armonizzare questi tre elementi. e penso alla storia di Michelangelo che una volta disse “Non voglio fare alcuna scultura, ma porto fuori, rivelo l’immagine che è già pronta nella pietra”. Rimuovendo i pezzi di pietra non necessari. Mettetevi nei suoi panni. Vorreste tirare fuori l’immagine della pietra, o scolpire l’immagine della vostra mente nella pietra. La maggior parte di noi cerca di scolpire la pietra in base al concetto che creiamo momento dopo momento nella nostra mente. La reale creatività non è applicare la mente a qualcosa, ma vedere la realtà dietro l’apparenza. E quando realizziamo la vera realtà e non la realtà apparente allora quella è l’espressione della creatività totale. Ma allo scopo di avere quella percezione, quel concetto è necessario trovare un’unione nella mente. Immaginate che quando accendiamo la TV vediamo dieci stazioni diverse in un solo canale e tutte insieme nello stesso tempo. Ciò succede nella nostra mente tutto il tempo, e la nostra mente normalmente non ha la capacità di identificare le diverse impressioni che si stanno generando in un canale della mente e quindi la natura della mente è sempre di dissipazione. Troppe cose vengono viste, osservate inconsciamente e le facoltà non sono capaci di focalizzarsi in un’unica direzione. Dunque la meditazione comincia un importante processo tramite il quale possiamo eventualmente identificare i diversi canali della mente e la meditazione comincia con lo stato di pratyahara.
Normalmente, quando noi cominciamo a praticare la medita-zione, senza un concetto chiaro della meditazione, questo rappresenta un processo di immaginazione e di fantasia, ma in accordo con i concetti dello yoga, la meditazione deve essere un processo di auto-scoperta; e tale processo comincia con l’estensione della consapevo-lezza al mondo intorno a noi e non tramite il ritirarsi dal mondo. Molti di noi fanno l’errore di cominciare ad estraniarsi dal mondo senza avere consapevolezza delle influenze ambientali. In meditazione c’è un graduale processo di addestramento per l’attenzione mentale.
E una delle pratiche di meditazione comincia con un mantra. Quando voi estendete la percezione esternamente allora c’è un’estensione di facoltà della mente nell’ambiente, ma tale estensione di qualità è combinata con l’aspetto di completa consapevolezza. Quando questa consapevolezza diviene attiva nella percezione e nell’azione, allora comincia il processo meditativo. Poi nello stato successivo cominciamo a focalizzare l’attenzione a un punto, quando possiamo focalizzare le energie mentali. E per aumentare naturalmente l’attenzione su un punto lo yoga suggerisce la pratica della meditazione su un mantra.
Con la pratica del mantra noi interessiamo diversi strati della nostra personalità allo stesso tempo: a un livello focalizziamo la nostra mente tramite il suo ritiro dal mondo dei sensi che abbiamo identificato e forniamo alla mente e all’attenzione un oggetto di concentrazione. A un altro livello alteriamo anche il normale stato della coscienza umana impressionando la sensibilità e la ricettività della consapevolezza. A un altro livello incrementiamo anche le qualità delle energie che sono innate in noi come l’abilità a trattare con tensioni e stress, a sviluppare il potere della volontà, la chiarezza di mente, il raggiungendo di profondi stati di rilassamento ed equilibrio e quindi fornendo un maggiore controllo sulle normali azioni e reazioni umane. Ed eventualmente il mantra ci insegna come agire e non agire. Normalmente la tendenza dell’essere umano è di reagire ed in questo processo noi non agiamo mai. Noi reagiamo all’ambiente, alle influenze, reagiamo alle nostre proprie espressioni di emozioni e comportamento e a quelle delle altre persone. Reagire è qualcosa di molto naturale nella nostra vita. L’azione è qualcosa che noi non abbiamo ancora imparato. Azione non è lavoro, o esecuzione, piuttosto è armonia che si esprime esternamente. Armonia in azione che porta alla perfezione è l’arte dell’azione. E nella meditazione è possibile giungere a quel livello di comprensione; applicare quella comprensione alla vita normale significa aumentare la creatività.
Dunque io suggerirei che prima di tutto in ogni genere di pratica yoga occorre cercare di aumentare il livello di consapevolezza, Introducete consapevolezza non solo nella pratica yoga, ma anche nelle normali attività giornaliere. E questa consapevolezza vi darà nel corso del tempo una maggiore comprensione delle cause e degli effetti di una particolare azione, attitudine e comportamento. E più tardi, seguendo un processo meditativo sistematico, in cui non cercate di evitare le situazioni esterne ritirandovi, ma siete capaci di sviluppare una comprensione profonda di voi e dell’ambiente. La perfezione in questo stato guiderà alla creatività.
Dunque consapevolezza e comprensione del processo meditativo sono due pratiche con le quali possiamo cominciare e quando ne avete l’opportunità, approfondite le pratiche di raja yoga.

Domanda: Quali sono, secondo la tua opinione, le qualità di un vero discepolo?
Swamiji:Non penso che ci siano qualità specifiche di discepolo. Piutto-sto è l’uso e l’applicazione effettivamente delle qualità normali che rendono una persona discepolo. Questa mattina ho menzionato che il discepolo non è qualcuno che è studente o persona seguace di qualcu-no. Piuttosto è uno stato della mente, in cui c’è ricettività, armonia e unità. E questa ricettività e armonia è con se stessi e col mondo. Ricettività verso la propria natura e armonia con il mondo e unione con il concetto di guru o Dio. Quando queste tre cose si manifestano nella vita di una persona, allora la natura del discepolo si manifesta, sia esternamente che internamente. Uno non può essere un musicista senza la conoscenza della musica e la sua applicazione effettiva. Uno non può essere un dottore senza la conoscenza della medicina. E allo scopo di divenire un buon dottore deve esserci l’applicazione di tale conoscenza. E allo stesso modo uno non può essere un buon discepolo senza la conoscenza del legame di un individuo con la società, con la natura e con Dio. E la corretta applicazione di quella conoscenza prende posto nella vita di un discepolo in forma di ricettività, armonia, un senso di arrendevolezza all’unione o di completa unione. E arrendesi non significa lasciare andare il controllo su se stessi e seguire qualcun altro che ti dirige. Piuttosto ancora vorrei dire proprio la corretta applicazione della vostra conoscenza e della vostra forza.
Immaginate di dover attraversare un fiume a nuoto. Come fareste? Seguendo la corrente o andando controcorrente? Normalmente sfruttando la corrente. Dunque state nuotando con la corrente e non contro la corrente e questo vi aiuta a muovervi avanti. Questo è un esempio di arresa, di lasciarsi andare. Quando voi cominciate a fluire con la vita, naturalmente e spontaneamente, e insieme vi sforzate per andare avanti, la forza e il fluire, insieme, ti portano a destinazione. Dunque il tuo sforzo in armonia con una forza incontrollata. Noi non controlliamo la forza dell’acqua e la corrente, tuttavia possiamo muoverci al suo interno. Lo stesso principio si applica anche nella vita spirituale di qualcuno. Dunque arrendersi è armonia di sforzo personale con la forza che ti porta avanti. E normalmente tendiamo a combattere. E quella lotta crea più difficoltà mentali e problemi. C’è una canzone: The answer, my friend, is blowing in the wind (La risposta, amico mio, soffia nel vento) avete giusto da sintonizzarvi su quello, allo scopo di divenire buoni discepoli.

Domanda: Quanto è importante avere un guru nella propria vita spirituale?Rimini3
Swamiji: Nella mia opinione è molto importante. Ed è anche un bisogno, non è solo un concetto filosofico, ma anche un reale bisogno fisico. Quando vivevo negli Stati Uniti trovavo molte persone che mi dicevano: “Non si ha bisogno di un guru, si deve realizzare il guru interiore”. Allora io ero solito chiedere o raccontare una cosa: “Se voi pensate che il guru interiore è abbastanza per guidarvi nella vostra vita, allora sono sicuro che abbiate l’abilità di vivere con un marito o una moglie interiori senza averne un bisogno esteriore”. Proprio come c’è bisogno di un aiuto esterno per un senso di interazione e compimento allo stesso modo c’è bisogno di un guru esterno. Se il guru può essere interiore, allora marito e moglie in definitiva possono essere interiori e non c’è bisogno di averne uno esterno. E io non vedo la logica secondo cui la spiritualità è qualcosa di interiore e la vita pratica è qualcosa di esteriore. La spiritualità - di fatto - è una parte della vita pratica e la vita pratica è una parte della spiritualità.
Solo per stare in argomento per un attimo: Nei sistemi tradizionali del pensiero indiano, è stato detto che ci sono quattro aspetti della vita umana che devono essere soddisfatti per condurre una vita perfettamente equilibrata, sana, felice e spirituale. Questi quattro aspetti sono noti coi nomi di artha, dharma, karma e moksha. Artha significa sicurezza esterna, sicurezza sociale. E la sicurezza nella società è garantita dai mezzi di una famiglia, dalla finanza di una posizione, dallo status e dal rispetto; E anche il guru forma parte di questa sicurezza. Karma è la realizzazione dei desideri: i desideri coi quali noi normalmente ci identifichiamo, sono autocentrati o autorientati ed esteriori. Ma allo stesso modo ci sono desideri più profondi nella mente che impediscono di trovare pace in se stessi. E allo scopo di aiutare a canalizzare questi desideri interiori e per raggiungere uno stato di realizzazione un guru è necessario. Dharma significa conoscenza dell’impegno umano nella società e nella vita. Noi siamo ben consci degli impegni nella vita, perché siamo stati educati in quel modo, ma non siamo troppo consapevoli dell’impegno nella vita per la nostra propria crescita spirituale. E a causa di questo concetto poco chiaro generalmente c’è conflitto tra i nostri punti di vista morali, religiosi e spirituali. Ed è una ragione per cui vediamo così tanta disparità e disequilibrio tra diversi modi di pensare e anche nella comprensione umana di questi differenti modi di pensare. Allo scopo di sviluppare il concetto di dharma spirituale nella vita c’è bisogno di un guru. Moksha è il desiderio e la spinta ad ottenere libertà e liberazione. E allo scopo di guidare uno sulla strada di moksha c’è bisogno di un guru.
Dunque un guru è una parte integrante ed anche un bisogno di un essere umano. Ed ora dobbiamo capire chi può essere un guru, per-ché tendiamo a confondere la nostra idea di guru con il concetto reale del nome “guru”.
Il significato letterale della parola guru è dissipatore di oscuri-tà, e in questo senso il guru è una persona che ha sperimentato i diversi stati della vita, che ha perfezionato se stesso o se stessa nell’essere, che ha capito la natura umana, i suoi limiti e le sue potenzialità e che può ispirarvi ad intraprendere la strada spirituale con ferma convinzione e conoscenza. In questo senso il guru è la persona che vi guida spiritualmente. Gli insegnanti non sono guru, io sono un insegnante, non un guru perché lo stato di guru non è qualcosa che si ottiene, piuttosto è uno stato di esperienza e i guru non dicono mai di esserlo, essi sono sempre discepoli. Non c’è ego, non c’è livello che “io sono”. Una persona che può condurre una vita semplice con chiarezza mentale e semplicità e vivivere non circondato di comodità e lussi, può essere un vero guru. Esso può essere, in definitiva, nel mondo, ma non avere un’attitudine auto-centrata con le cose del mondo; ma avere una visione universale ed essere capace di tendere una mano che aiuta verso chiunque.
Come trovare un guru? Non chiedete a me. Dovete sentirlo intuitivamente. 

Satsang con Swamiji 2

Rimini, ottobre 1994

Domanda: Perché è pericoloso risvegliare kundalini senza un maestro?
Swamiji: Penso che adesso dovreste sapere perché è pericoloso giacché vi sto dando un quadro completo dello yoga. È come cercare di nuotare senza sapere come si nuota e saltare in mezzo alla piscina. Per favore ricordate, e dovete capire questo molto attentamente: senza un allenamento appropriato non c’è alcun progresso nella vita yogica o spirituale. Trovo che sia difficile capire la logica di cercare di controllare la kundalini senza conoscere anche che cosa sta succedendo nella vostra mente. Normalmente noi non siamo capaci di gestire i nostri cambiamenti emotivi né lo stress quotidiano, così come possiamo gestire qualcosa che sta succedendo ai livelli più profondi della coscienza o di cui non abbiamo assolutamente nozione? Kundalini è un’esperienza dei livelli di coscienza più profondi. Spero che sia chiaro.

Domanda: Che cosa vuol dire gestire e sublimare gli istinti?
Swamiji: Questo è dove l’allenamento effettivo di pratyahara e dharana entra in vigore. Dovete ricordare che ciò che sperimentiamo fisicamente ha un punto di partenza nella mente. Per fare un esempio: un desiderio è generato all’interno della mente e allo scopo di esaudire quel desiderio buddhi fa un progetto che viene realizzato dagli indriya, i sensi, e il risultato che otteniamo dal coinvolgimento dei sensi è di nuovo sperimentato all’interno della mente in forma di soddisfazione e appagamento.
Questo succede con cose con cui abbiamo a che fare nella vita normale, desideri, aspirazioni e visioni, che sono considerati nostri bisogni e che hanno inizio nella mente, si manifestano nel corpo e di nuovo esaudiscono il bisogno della mente. Le cose che noi consideriamo come nostri bisogni sono regolate dal fattore ego, la consapevolezza autocentrata, l’essenza dell’individualità.
Oltre a queste attività della natura manifesta, ce ne sono altre della natura immanifesta, che alterano la complessiva espressione ed esperienza della personalità umana, della mente, del comportamento e dell’attitudine. Gli istinti appartengono alla dimensione immanifesta. Uso le parole dimensione immanifesta per una ragione specifica, per significare qualcosa su cui non abbiamo un controllo razionale né una comprensione razionale. Gli istinti, secondo lo yoga sono quadruplici e sono stati menzionati brevemente nelle discussioni precedenti. Il primo istinto è quello della procreazione, l’urgenza, il desiderio di diventare molti dall’essere uno, e fisicamente nella dimensione manifesta, questo istinto si palesa come stimolo sessuale. Ci sono livelli diversi di istinto che si manifestano nella personalità umana, nel piano sottile gli istinti rappresentano una sensazione di o il bisogno di una sicurezza e nel piano fisico prendono varie forme secondo l’interazione con i sensi o indriya.mon 10
La spinta alla procreazione che è il primo istinto, è il bisogno di avere la sicurezza della continuazione della stirpe, lasciare le impronte sulle sabbie del tempo, e fisicamente si manifesta come il bisogno sessuale dovuto all’interazione di quella spinta con i sensi. In effetti l’intera dimensione manifesta è innestata per la procreazione ed è qualcosa che succede naturalmente in ogni animale, in ogni uccello, in ogni pesce nell’acqua e in ogni essere umano. I sensi quando entrano in relazione con i suoni, i colori, le forme, le fattezze, sono innestati per compiere questo bisogno di procreazione. Non vi è né un controllo logico e neanche razionale su questa spinta naturale. Esternamente posso scegliere il celibato o essere un brahmachari, in accordo con le diverse tradizioni spirituali che esistono nel mondo, e si può essere capaci di controllare il bisogno sensoriale, ma che dire del bisogno psichico? Esternamente e socialmente si può rimanere non sposati, si può non vedere mai nessuna persona dell’altro sesso, esternamente si può condurre la cosiddetta vita celibe, ma ciò non vuol dire che si sia vinta l’urgenza che è un istinto psichico profondo e ad un certo punto può esplodere e farci dire “basta col celibato” e farci tornare al piacere.
E’ vero che può succedere così, e che questo si può applicare agli altri istinti come la paura, la brama di realizzazione. Quindi gestire questi differenti istinti che sono quattro: maithuna (spinta sessuale), paya (paura), ahara (bisogno di sostenere e nutrire l’identità’ individuale) e nidra (bisogno di non sovraccaricare il cervello e la mente con le impressioni ricevute dal mondo dei sensi), allo scopo di sottometterli, allo scopo di gestirli occorre passare attraverso un processo sistematico di perfezionamento degli stati di pratyahara e dharana.
Abbiamo menzionato che pratyahara è un modo per ritirare gradualmente i sensi dalla loro connessione con l’esperienza dell’oggetto e i piaceri derivati dall’esperienza, e questo stato di pratyahara rappresenta questo controllo sensoriale degli istinti. Questo è chiaro? Quando ci muoviamo nello stato di dharana allora cominciamo a lavorare con le zone in ombra della mente, possiamo anche dire con la natura subconscia. In dharana le impressioni degli istinti che raggiungono la mente subconscia sono canalizzate e poste sotto controllo; per questo si può andare in fondo alla personalità al livello del manomaya kosha e di pranayama kosha ed equilibrare le energie che danno origine a un istinto. Quindi, in dhyana la dimensione attuale dell’istinto è trasformata e sublimata e ciò ha luogo canalizzando la forza pranica. Quando la forza pranica è canalizzata la coscienza è obbligata a passare attraverso un processo di cambiamento e ricettività. Così in una frase si può dire che è la purificazione della coscienza e la trasformazione della coscienza che guidano la sublimazione degli istinti. Questo è possibile attraverso la pratica di pratyahara, dharana e dhyana.

Domanda: Qual è la differenza tra guida spirituale e spirito guida? Io ho seguito gli insegnamenti di Swami Satyananda ma da alcuni mesi seguo anche uno spirito che mi guida e con cui ho avuto esperienze forti. I due modi possono coesistere?
Swamiji: Guida spirituale e spirito guida, questa è ardua. Per quanto posso capire ho le seguenti idee. Vi dico il mio punto di vista, non vi sto chiedendo di accettarlo. Per me una guida spirituale è una persona che può guidarci attraverso un processo di sublimazione dell’energia e della coscienza in modo che possiamo sviluppare alcune qualità che sono universali in natura. Queste qualità sono qualità cosmiche che si manifestano in un essere individuale. Così la guida spirituale usa l’esperienza cosmica e la applica su noi nella vita quotidiana, mentre lo spirito guida può informarci o insegnarci metodi di comunicazione con altre forme sottili di vita. Anche queste forme di vita possono insegnarci qualcosa, ma non necessariamente i metodi per sublimare l’energia, espandere la coscienza e sviluppare qualità universali umane. Poiché dopo tutto anche gli spiriti hanno il loro livello di evoluzione. Se voi morite, diventerete uno spirito, se io muoio diventerò uno spirito e se qualcuno mi contatta dopo la mia morte, io dirò di praticare yoga. Quello sarà il mio livello di insegnamento e di evoluzione. Ora ciò che sto cercando di dire è che tutti noi funzioniamo in accordo con la nostra evoluzione e in questo processo della nostra evoluzione noi siamo vincolati dai karma che guidano il destino di ogni spirito finché raggiungiamo l’illuminazione ultima, mentre la guida spirituale può renderci consapevoli delle qualità divine che governano karma, destino, vita e individualità. Quella è la differenza che io vedo tra i due. Se voi siete coinvolti con la guida spirituale e anche con lo spirito guida, allora io penso che ciò non creerà confusione nella vostra mente fintanto che voi manterrete chiaro lo scopo di queste differenti guide.

Domanda: Nel libro sui chakra Swamiji dice che la mente può perdersi se non è concentrata e se non medita su un simbolo psichico. Io mi concentro sl mantra personale, ma allo stesso tempo sono un Cristiano, credo in Cristo e medito su di un simbolo Cristiano. Questo mi crea confusione e conflitto.
Swamiji: Non capisco perché ciò sia fonte di confusione e conflitto. In meditazione quando usate un mantra si usa anche un simbolo psichico. E per simbolo psichico potete usare qualsiasi simbolo, di qualsiasi religione purchè siate capaci di focalizzare la vostra mente su quel simbolo senza alcuna distrazione. I mantra in se stessi non significano nulla, non sono preghiere della religione indù o cose di questo genere, piuttosto sono vibrazioni sonore che risvegliano aree addormentate del nostro cervello e della personalità. Nel processo della ripetizione del mantra se vi identificate con un simbolo religioso differente è perfettamente giusto. Vorrei suggerirvi di mantenere le vostre pratiche yoga e le vostre pratiche religiose e considerarle come due sistemi integrati allo scopo di evolvere spiritualmente, non vedo alcun motivo di confusione in questo.

Domanda: Se un chakra si apre può poi chiudersi e può un’altra persona aprire i tuoi chakra?
Swamiji: Nel processo del risveglio dei chakra vi sono tre stadi. Nel primo stadio i prana si attivano nei diversi chakra questo è conosciuto come pranotthana. Quando i prana si risvegliano nei diversi chakra, può sembrare che i chakra si siano aperti, ma in accordo con il sistema di kundalini yoga, il prana in ogni chakra deve essere prima risvegliato e purificato. La stagnazione nell’attività del prana deve essere rimossa dopodiché lo stato di coscienza collegata al chakra potrà aprirsi. Il risveglio della coscienza relativo ad un chakra è conosciuto come l’attuale risveglio dei chakra. Se nel processo del risveglio dei chakra inizialmente i prana non sono pienamente attivati, è possibile che successivamente ritornino allo stato dormiente.
Dunque l’energia del chakra può essere attivata e può di nuovo tornare allo stato dormiente. Così da questo punto di vista sì, i chakra, l’aspetto energetico dei chakra può essere risvegliato e successivamente può chiudersi di nuovo. Ma quando l’aspetto della coscienza in ogni chakra si risveglia allora non c’è possibilità che torni allo stato dormiente. In questo stadio non c’è regressione, solo movimento in progressione verso il terzo stadio del risveglio della kundalini. Nella tradizione è stato stabilito che kundalini può tornare a questo stadio di addormentamento. Nel libro Kundalini Tantra Paramahansaji ha descritto che una volta che la kundalini passa in manipura non può tornare a muladhara. Ma se non passa attraverso manipura esiste la tendenza di kundalini a tornare allo stato dormiente. Questa è la visione dello yoga e anche del Buddismo in relazione a Kundalini. Circa i chakra, penso che dovrebbe essere chiaro che l’energia può fermarne le funzioni, e dall’esterno ciò potrà sembrare che il chakra si sia chiuso. L’energia ha la tendenza ad accumularsi, ad essere utilizzata e necessita poi di accumularsi nuovamente. La coscienza però è uno stato in cui gli stati mentali vengono attivati ed una volta attivati continuano con l’esperienza del risveglio.
Per ciò che riguarda un’altra persona che risveglia i chakra altrui, è possibile ma non è una pratica comune. Nella storia vi sono stati alcuni casi in cui guru capaci hanno risvegliato i chakra di discepoli capaci. Un esempio è quello di Ramakrishna Paramahansa che toccando la fronte di Vivekananda gli diede la visione di Dio. Ma non tutti sono capaci come Vivekananda, e non tutti sono capaci come Ramakrishna Paramahansa, così quando trovate un guru capace con un discepolo capace non c’è dubbio che possa risvegliare i chakra del proprio discepolo. Ma se venite da me per risvegliare i vostri chakra, allora avrete uno shock!img008

Domanda: Se ogni simbolo vive in noi come una realtà inconscia ed è un archetipo comune a tutta l’umanità, perché il serpente nel tantra e nello yoga è un simbolo positivo di kundalini e di assenso spirituale mentre nella religione cattolica è una bestia colpevole che deve essere scacciata per accedere alla spiritualità?
Swamiji: Il serpente è davvero un simbolo negativo nella cristianità? Sfortunatamente non condivido la vostra stessa visione, ho studiato anche la cristianità e non condivido la stessa vostra visione. E lasciatemi dire il mio punto di vista prima di decidere se lo conosco o no. E lasciate che cominciamo dall’inizio. Quando Dio creò il mondo nel giardino dell’eden ci mise Adamo ed Eva. (sembra che ci sia qualcosa che non si capiva) Una cosa che non potrei mai capire è perché Dio ha specificatamente indicato a un albero, dicendo loro di non magiare i frutti di quell’albero. Voi sapete che la natura umana è tale per cui se gli dite di non fare una cosa, allora sarà spinto a farla. Così in effetti Dio vuole che Adamo ed Eva mangino da quell’albero ma ha usato la psicologia umana. (And after that, no, you are angry with this or not?) E dopo di ciò entra il serpente nella figura, e il serpente è un’entità bravissima. Il serpente ha spesso rappresentato la conoscenza, sia nella tradizione cristiana che in quella yogica. Ed è l’apparizione del serpente e la sue seduzione che spinge Eva a portare la mela a Adamo. E finché c’è conoscenza non può esserci alcun concetto di giusto e sbagliato. Così il serpente quale simbolo di conoscenza è stato mandato in definitiva dal Signore Onnipotente stesso per portare la conoscenza del giusto e dello sbagliato, del bene e del male a Adamo e Eva.
Dipende dall’applicazione di quella conoscenza se cadiamo o ci innalziamo, è stabilito nelle Upanishad che la conoscenza può portare l’essere umano alla rovina quando applicata nel modo sbagliato. E ci sono ampie dimostrazioni di ciò nel mondo. Se originariamente Adamo ed Eva dopo aver mangiato la mela ed aver ottenuto la conoscenza avessero applicato la loro comprensione per esperire la semplicità del sé, Dio non li avrebbe cacciati dall’eden. Ma hanno usato quella conoscenza allo scopo di esprimere le loro paure ed inibizioni e il loro difetto: la caduta. Così chi è in colpa qui, il serpente o la natura umana? Secondo me è la natura umana, ma poiché è stato il serpente a portare il frutto o che ha istigato Adamo ed Eva a mangiarlo, è stato visto in senso negativo. E io penso che questo sia un difetto della nostra comprensione, perché in ogni tradizione del mondo fin dagli albori della civilizzazione umana il serpente ha rappresentato potere e sapienza. Le tradizioni yogiche e le altre tradizioni mistiche orientali hanno usato il simbolo del serpente per indicare la sapienza mentre in altre tradizioni che hanno guardato al serpente negativamente lo hanno relazionato con il potere dimenticando che la simbologia del serpente è di potere e conoscenza insieme. E questa è la mia opinione sul soggetto. 

Domanda: Swamiji molti santi hanno avuto esperienze di estasi senza particolari pratiche. Come lo spieghi?
Swamiji: Questo è stato spiegato in molti modi differenti durante le nostre discussioni. Ogni essere umano ha il suo livello di evoluzione, e ogni essere umano è controllato dalla legge del karma. Ed è la teoria del karma che gioca un importantissimo ruolo nel processo di evoluzione della coscienza umana. Secondo la visione yogica ciò che sperimentiamo oggi, il karma che sperimentiamo oggi è stato il seme di quei karma che abbiamo piantato molti anni fa, e i semi del karma che piantiamo oggi saranno raccolti fra dieci anni. Quando si mette un seme nella terra la pianta non cresce immediatamente diventando un albero fiorito. Analogamente qualunque cosa noi accumuliamo in forma di karma si manifesterà in futuro. E allo stesso modo se moriamo a un particolare punto di evoluzione il karma continua nella prossima vita. Non è necessario che cominciamo con la prima classe ogni volta che rinasciamo. E quei santi o yogi che hanno avuto quella inclinazione spirituale dall’inizio stanno raccogliendo il risultato del loro karma da prima. E questo è stato anche spiegato in yoga come uno stato della mente che è ricettivo al processo di evoluzione. Così naturalmente diventa possibile per molte persone esperire estasi, o esperienze spirituali simili, senza alcuno sforzo esterno perché hanno già raggiunto quel livello di conoscenza, realizzazione e consapevolezza. E come praticanti di yoga noi cerchiamo di migliorare il nostro attuale stile di vita cosicché le impressioni di questo stile di vita siano sperimentate più tardi. Sapete, gli esseri umani hanno una mentalità bizzarra ed ho potuto osservare che agire in accordo con quella mentalità nella vita presente crea disarmonia. Tendiamo a vivere nel passato e a preoccuparci del futuro perdendo l’esistenza presente completamente e totalmente . Viviamo nelle esperienze di ieri e nelle preoccupazioni del domani e l’oggi non esiste per molte persone. L’insegnamento che riceviamo dallo yoga ci rende consapevoli dell’oggi, e forse avrete incontrato nello yoga l’affermazione che dice: sii nel presente.
La comprensione derivata dalle esperienze del passato migliora te stesso, le tue prestazioni, le tue impressioni e azioni nel presente, e questo miglioramento mentale ti dà la capacità di servirti di ciò che accade domani. In questo vediamo l’applicazione dei principi yogici in accordo con i nostri bisogni e il nostro ambiente. In effetti possiamo dire che l’intero allenamento yoga è studiato per creare questo stato di percezione. Ciò di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi è stata una comprensione molto semplice dei principi yogici. E in questo processo di yoga non è importante praticare, praticare , praticare, praticare molte, molte, molte, molte nuove cose tutto il tempo, ma è l’applicazione della comprensione, la conoscenza e la pratica che è importante nello yoga. Conoscere di più non ha significato in yoga. Invece applicare quel poco che conoscete, questo ha un grande significato per voi nello yoga. Ed è in questo spirito che voi dovete capire voi stessi e non preoccuparvi per ciò che vorreste, per ciò a cui noi aspiriamo, o ciò che noi vogliamo raggiungere in futuro. Sto parlando da una prospettiva personale e non sociale, perché nella natura umana ci sono quattro aspetti che sono importanti: l’aspetto di forza, l’aspetto di debolezza, l’aspetto di ambizione e l’aspetto di bisogno. E questi quattro aspetti devono essere gestiti appropriatamente allo scopo di realizzare la nostra natura. Noi abbiamo certe qualità, certe forze, ma non ne siamo consapevoli, e se abbiamo comprensione di esse, comincia un processo di ego. Quella comprensione dà luogo ad una ego-comprensione: io sono come questo, sono migliore, sono superiore. Se diventiamo consapevoli della nostra debolezza allora subentra uno stato di depressione. Percepiamo insicurezza, complessi di inferiorità e incapacità di far fronte agli eventi e alle esperienze della vita. Così le pratiche dello yoga, qualunque esse siano, asanas, pranayama, pratyaharas, dharana, kriya o kundalini, mirano ad insegnare una cosa: canalizzando la consapevolezza nella giusta direzione, non si crea alcun tipo di squilibrio mentale od emozionale o difficoltà di risvegliare le facoltà del sé. Nel momento in cui sarete capaci di usare le vostre forze creativamente raggiungerete più alti stati di coscienza. E in quello stato di coscienza potete sperimentare estasi, e molte altre cose. Ma come praticanti non dovreste mirare all’estasi o qualcosa oltre le praticità della vita. Ma darvi modo di capire l’attualità della vita. Ho cominciato le mie lezioni a Torino con una storia e concludendo questa sessione mi piacerebbe finire con la stessa storia.Montescudo6
C’era una casa in cui vivevano soli una madre e suo figlio. La madre era un’amante della natura e nella casa aveva molte piante, fiori e nel giardino aveva meravigliosi alberi e cespugli, e usava amarli e averne cura. Un giorno ricevette una telefonata da sua sorella che viveva in un’altra città. La sorella era ammalata e aveva chiamato la sorella perché trascorresse qualche giorno a prendersi cura di lei. Così la donna progettando il viaggio si preoccupò anche dei fiori e degli alberi. Chiamò suo figlio, gli disse della sua preoccupazione e chiese “Chi si prenderà cura delle mie piante mentre sarò via?” E il figlio disse: “Non ti preoccupare mamma, vai con la mente libera, baderò io alle tue piante”. Così la madre dopo aver riposto fiducia in suo figlio andò a trovare sua sorella ammalata. Quando ritornò dopo una settimana guardò tutte le sue piante e le trovò molto ammalate, appassite e senza alcuna vita in loro. Era molto triste e chiamò suo figlio per domandargli: “Non hai badato alle piante?” e li figlio rispose: “Si, ho badato a loro, al meglio delle mie abilità”. E la madre chiese: “Come ti sei preso cura di loro, sono appassite e senza forza vitale”. Il figlio disse: “Bene, ogni mattina prima di ogni altra cosa andavo da ogni pianta individualmente e pulivo le foglie con uno straccetto, se vedevo insetti li toglievo, pulivo ogni petalo del fiore e pulivo ogni frutto appropriatamente e io stesso non posso capire perché sono così ammalate”. La madre disse: “Hai bagnato le piante?” e il figlio rispose: “Dovevo bagnarle?”. Così ora conoscete la morale della storia.
Nella nostra vita ci prendiamo cura della pianta che è sulla terra, ma non abbiamo mai bagnato le radici che non possono essere viste e sono le basi per la crescita e la forza di quella pianta. L’acqua è la forza vitale che sostiene e si incorpora nella pianta. Analogamente la spiritualità è la forza che sostiene e si incorpora nella nostra vita. Quest’acqua di spiritualità deve essere messa sul terreno della mente cosicché le radici psichiche possono derivarne forza e sostenere la vita esteriore. Nel momento in cui questo è possibile nella nostra vita la realizzazione non è così lontana, l’estasi non è così lontana e Dio non è così lontano. Questa è la lunga risposta a una corta domanda.

Domanda: Swamiji, com’è possibile che perfino Gopi Krishna dopo dieci anni di meditazione, di meditazione quotidiana ha avuto l’esperienza di risveglio di kundalini in tale terribile e pericoloso modo, fino a rischiare la vita? Pressappoco morì.
Swamiji: Credo che Giorge sia più indicato per rispondere a questa domanda.
Gopi Krishna era un uomo che si era fatto da sé, ed ebbe alcuni samskara fondamentali che alla fine lo hanno sollevato dal risveglio negativo di kundalini. I samskara procurano comprensioni intuitive del processo e del metodo che occorre seguire allo scopo di armonizzare tali risvegli. Normalmente non possediamo simili samskara che possono darci chiare indicazioni della direzione in cui dobbiamo andare. E in assenza di simili samskara abbiamo bisogno della guida e dell’aiuto di un guru. Ma se i samskara sono in comunicazione con il processo di prova ed errore, si può trovare spesso il giusto equilibrio, e i samskara sono anche influenzati dal retroterra culturale di una persona. Se qualcuno risveglia kundalini in India, la gente cercherebbe di capire che cosa è successo prima di decidere se debba andare in un ospedale psichiatrico o in un ashram. Perché culturalmente c’è una consapevolezza anche di una dimensione spirituale, e le teorie o i concetti di yoga, anche se possono non praticarlo, è conosciuto da loro. E in assenza di quella comprensione e di samskara è possibile che finiamo in un ospedale psichiatrico sotto un trattamento psichiatrico. Dunque dovrebbe essere chiaramente compreso che per gli stadi più alti di esperienza e comprensione spirituale è necessaria una guida, un guru. Specialmente per coloro i quali non hanno alcun retroterra culturale che supportino la crescita e la comprensione spirituale e psichica. Questo è ciò che penso: che lui era un uomo fatto da sé e che si è gestito molto bene .

Domanda: Swamiji, come mantenere sotto controllo il forte desiderio di innamorarsi e come è possibile non essere portati via da queste forti onde d’amore se sono parte di te, e come combinarle con la pratica yoga?
Swamiji: Mi dispiace, non ho esperienza. Sfortunatamente non mi sono innamorato di nessuno e fortunatamente nessuno si è innamorato di me. Così qualunque cosa io dica, mi manca l’esperienza. Attualmente non capisco la domanda, ma lasciatemi provare a rispondere da quel poco che capisco.
L’amore che sperimentiamo nella vita è l’amore condizionato, che ha in sé grandi quantità di attaccamento e anche possessività, e questo amore è usato per soddisfare bisogni personali del corpo, delle emozioni e della sicurezza. Lo yoga non parla dell’amore condizionato ma di quello incondizionato. E nello yoga l’amore è un aspetto del bhakti yoga, generalmente tradotto come yoga della devozione. Ma l’attuale processo di bhakti yoga sta cambiando il condizionamento dell’amore, affezione e possessività in uno stato universale incondizionato. E la forza dell’amore è allora diretta all’esperienza di unità del sè. Quando la forza dell’amore è diretta a sperimentare questa unità del sé , non è solo un’esperienza di unità con Dio ma con ogni essere individuale nel pianeta. E questo sentimento di unità, che procura la stessa emozione e affezione per ognuno, è conosciuto come amore trascendentale. E nel processo di yoga giunge a questo punto di affezione e amore trascendentale che sostiene e incorpora positivamente ogni essere coinvolto. Questo è il punto di vista yogico.

Domanda: Swamiji, leggo di bhakti yoga e mi piacerebbe conoscere che cosa si dovrebbe fare, oltre le pratiche, quando si sente questa spinta nel cuore verso il divino e il guru?
Swamiji: Bene, questa sarà l’ultima domanda della giornata e la conclusione verrà con bhakti yoga. Non voglio rispondere a questa domanda direttamente, sarà risposto nel corso della nostra discussione. Immaginate di dovervi sedere su una piastra calda dove venga cotta una pizza al minuto. Quel minuto potrà sembrare un’ora o in qualche caso un’eternità. Perché in quello stato di esperienza qualunque cosa stia succedendo al corpo e alla mente non c’è unità né equilibrio. Non c’è fusione di idee, mente, concetti e interazione. Ma se voi incontrate un amico e cominciate a parlare con lui non importa quanto inutile sia l’argomento, un’ora sarà un tempo molto breve. Perché in quel momento c’è un’identificazione di concetti, idee, interazioni, parole, comportamento con l’altra persona. Così la connessione è importante in bhakti yoga.
Se la connessione non esiste, allora potreste totalmente disinteressarvi a ciò che succede. E questo potrebbe persino accadere qui. Qualcuno di voi può persino sentire che queste sono sciocchezze e può avere il desiderio di alzarsi, lasciare la stanza e prendersi una tazza di tè o di caffè. Qualcuno può reagire in altro modo, ritenendo interessanti gli argomenti che ascoltano, degni di essere ascoltati e così restano seduti e possono prendere il caffè dopo un’ora. Questa è la connessione che può essere creata fra un individuo e un altro. E’ la connessione che può essere creata tra un individuo e un concetto o un’idea o un credo. Questa connessione o la creazione di questa connessione è una parte, un aspetto del bhakti yoga. Ed è stato stabilito da Paramahamsaji che eventualmente è il bhakti yoga che diventa importante nella nostra scoperta del sé. Nella vita normale noi compiamo azioni, e quell’azione dà inizio a una comprensione, quella comprensione è conoscenza o saggezza. E quando noi abbiamo quella comprensione in forma di conoscenza o saggezza, là c’è produzione di intima fiducia, di fede e di convinzione. La comprensione che sorge dall’azione genera convinzione, fiducia e fede. Dunque ci sono tre stadi dell’interazione umana : il processo di azione, comprensione o conoscenza, convinzione o fede.
f9Nella terminologia yogica è karma yoga che si converte in ghyana yoga che a sua volta si cambia in bhakti yoga. Karma è la parte dell’azione, ghyana è la parte della conoscenza e bhakti è la parte di quella natura che crede in se stessa. Quando aggiungete la parola yoga a questi tre nomi di karma, ghyana e bhakti il concetto e la loro qualità cambiano. Karma che sia compiuto naturalmente e spontaneamente insieme con lo yoga diviene azione colma di armonia. La comprensione e conoscenza combinate con yoga diventano il processo di comprensione armoniosa che non crea intimi conflitti mentali, o divisioni. E la convinzione e fiducia che noi abbiamo generalmente, quando combinati con yoga, diventano un processo di purificazione interiore e una più profonda fiducia in noi stessi. Così possiamo persino dire, armonia in azione è karma yoga, armonia nella conoscenza è ghyana yoga e armonia in esperienze profonde è bhakti yoga. E attualmente noi abbiamo bisogno di integrare questi tre aspetti nella nostra vita. Generalmente sento che le nostre azioni non fanno o non sono conformi con la nostra comprensione, con i concetti e i pensieri e forse troviamo diversi squilibri nei modelli della nostra vita. Quando, con la pratica dello yoga, diventiamo capaci di avere queste armonia interiore, allora la capacità di credere in se stessi è uno sviluppo spontaneo, e questa abilità di fiducia crea un legame tra l’individuo e l’ambiente esterno sociale e cosmico che ci guida alla chiarezza di conoscenza e della esperienza psichica . E questa chiarezza di conoscenza e di comprensione delle esperienze psichiche ci porta all’unità della mente individuale con la mente cosmica. E forse bhakti yoga può essere considerato lo yoga finale che si evolve spontaneamente nella vita del praticante. Voi potete praticare hatha yoga, raja yoga, kriya yoga, mantra yoga e altri yoga, ma questi yoga rappresentano un processo di lavoro con voi stessi. Quando avete lavorato su voi stessi e avete preso conoscenza della vostra persona allora comincia bhakti yoga. La trasformazione della qualità umana è bhakti yoga; usare le qualità innate per il miglioramento della nostra vita e di quella degli altri è bhakti yoga. E perché è stato detto o definito yoga della devozione? C’è una fiducia totale nel potenziale di un individuo. Le ricerche moderne che si stanno conducendo nei geni umani, mostrano che c’è un legame tra la prole, i genitori, i nonni, i bisnonni e i trisavoli, e sono sicuro che se continuassero con questa ricerca andando molto indietro nel passato scoprirebbero eventualmente il gene che ci connette a Dio. Questo gene divino è in definitiva dentro al corpo.
Dobbiamo solo trovare un modo per conoscerlo e abbiamo il potenziale per usare creativamente il potere e la saggezza . Quando uno comincia a usare il potere e la saggezza creativamente, allora c’è lo stato di devozione. Questa è la definizione yogica di devozione, non la normale definizione di devozione, che è in forma di adorazione, di richiesta, in forma di sentire che c’è un’entità superiore che governa la nostra vita e a cui dobbiamo arrenderci. Ma la definizione yogica è fusione tramite il superamento dell’ego e della natura manifesta unendosi con il più alto sé. E allo scopo di seguire questa fusione occorre superare l’ego, la mente, l’attrazione e la repulsione. Attrazione e repulsione, dolore e piacere, questi sono stati della mente che trascinano o distolgono la nostra attenzione verso il mondo esterno dei sensi. Ma nello stato di perfetta armonia l’energia di Dio comincia a fluire in un essere individuale. E questo è lo stato di bhakti yoga. Dunque per favore ricordate che eventualmente arriverete allo stato di bhakti nel corso del tempo, come un processo della propria personale crescita ed evoluzione . Bhakti è l’espressione naturale dell’armonia dello spirito. E questo è ciò a cui noi aspiriamo nel processo della nostra evoluzione. Muovendo dal ridicolo al sublime. E ciò è il bhakti yoga.

Con questo giungiamo alla conclusione di questo breve soggiorno, che è stato per me occasione di gioia. Sono tornato in Europa dopo un’assenza di quattordici anni e sono contento di essere venuto per prima cosa in Italia, perché ho trovato il vostro affetto, il vostro appoggio e la vostra cura; è qualcosa che ricorderò sempre, dunque grazie a tutti voi e grazie all’Italia.

Satsang con Swamiji 1

Rimini, ottobre 1994


Domanda: Da nove anni pratico yoga con fede ed intensità, ma sono ancora preso dalle passioni e dagli attaccamenti ai piaceri della vita. Questo mi fa soffrire perché mi piacerebbe sentirmi più distaccato da queste cose. Cosa posso fare per procedere serenamente in questo cammino?
Swami Niranjan: Per prima cosa cessa di sentirti in colpa. Vi è una dichiarazione nelle Upanishad che dice: Dio ha creato questo mondo e la Sua presenza può essere sentita ovunque nel mondo. E per coloro che vivono nel mondo ha creato i piaceri. Questi piaceri possono dare felicità o possono culminare nel dolore, ma ciononostante essi sono piaceri per i sensi e per la mente. E coloro che vivono nel mondo interagiscono costantemente con i piaceri. Quindi con chiarezza di mente e con distacco continua a fare esperienza dei piaceri e continua ad evolvere.
Qui vengono dati due concetti: uno del continuare a fare esperienza dei piaceri e l’altro del distacco. Ora, dalla domanda sembra che anche se il praticante ha praticato yoga per nove o più anni, sento che il praticante non conosca se stesso o se stessa, e che vi è una divisione tra la comprensione dello yoga ed il coinvolgimento della vita nel mondo. La mia richiesta è quella di non vedere lo yoga nella forma di pratiche, ma come un procedimento di vita. Se siete in grado di vedere lo yoga come un procedimento di vita allora le vostre azioni diverranno parte di Karma Yoga, e ogni comprensione diverrà parte di Gyana Yoga, ogni sforzo che farete diverrà parte di Raja Yoga ed ogni esperienza che avrete diverrà parte di Dhyana Yoga. Perciò è con questa comprensione che dovete cercare di includere yoga nella vostra vita.
Senza dubbi, nella vita vi sono attrazioni e repulsioni che portano piacere e dolore, ma non permettete a voi stessi di essere schiacciati da questi ma piuttosto cercate di divenire padroni dei vostri piaceri e dei vostri dolori, con una maggiore comprensione ed un migliore adattamento con voi stessi. Invece di lottare, cercate di fluire. Penso che questo vi possa aiutare.

f13Domanda: Trovo molto difficile passare attraverso lo stato di pratyahara senza perdere la consapevolezza. Perché?
Swami Niranjan: Questa domanda viene fatta in anticipo, non ho ancora finito di parlare a proposito di pratyahara, dharana e dhyana. E vi ho anche menzionato che vi è un aspetto, di cui discuteremo più tardi, che è quello dei guna, le qualità, le qualità naturali, le qualità innate con le quali veniamo in questo mondo. Ve ne parlerò brevemente ora e poi tratteremo l’argomento più dettagliatamente nel corso delle nostre discussioni. Normalmente questi guna sono suddivisi in tre gruppi: tamasico, rajasico e sattwico. Tamasico è un termine che per noi ha generalmente un significato negativo. Infatti tamasico significa cattivo, limitante, restrittivo, letargico, ottuso. Ma il significato effettivo di tamasico è stasi. E questa stasi è il risultato dell’essere condizionati ad un particolare schema di pensiero e di vita. Cercare di avere sicurezza è una tendenza tamasica, perché desideriamo e non vogliamo cambiare lo stato di sicurezza. E se il cambiamento ha luogo, vi è paura, vi è conflitto.
Anche rajasico ha un significato simile: è la supremazia del sé in un senso negativo, ma la natura di rajas è una natura dinamica. Tutte le nostre ambizioni, tutti i nostri desideri, tutte le nostre azioni e i nostri pensieri sono di natura rajasica, qui cerchiamo di soddisfare le nostre necessità, qui cerchiamo di soddisfare le necessità dell’ego e del sé limitato. Perciò, possiamo dire che una consapevolezza centrata su se stessi è rajasica. La paura di cambiare e divenire insicuri a causa di quel cambiamento è tamasico, e una consapevolezza nello stato di espansione è sattwica. Tutte le persone vogliono avere sempre un’immagine molto positiva di se stessi, voi ed io, tutti siamo inclusi. Se qualcuno dice qualcosa di buono di noi, ci sentiamo felici. Se qualcuno dice qualcosa di cattivo di noi, ci ritiriamo nel nostro guscio e ci creiamo un senso di sconforto mentale.
Nello stato di pratyahara dobbiamo riconoscere le nostre debolezza e le nostre forze. Per favore, ricordatevelo, ho già detto questo molte volte: non è il procedimento di chiudere gli occhi e andare dentro. Questo è il procedimento del riconoscere la propria natura, le proprie qualità e i propri comportamenti. In questo procedimento, non vi sono dubbi che un individuo possa andare oltre lo stato di pratyahara senza perdere coscienza. Ma se pensiamo che chiudendo gli occhi e ritirando i sensi, possiamo passare attraverso le pratiche di pratyahara, facciamo un errore perché manca la comprensione dei guna nella nostra vita e non siamo in grado di riconoscere le forze e le debolezze della personalità umana. Perciò, negli stadi preliminari di pratyahara diveniamo consapevoli delle nostre forze e le usiamo per progredire oltre. E diveniamo consapevoli delle nostre debolezze, che trasformiamo in qualità positive ed in questo modo passiamo allo stato di dharana. Sono chiaro?

Domanda: Una sequenza di asana e pranayama dovrebbe prendere in considerazione il clima? E perché le persone giovani preferiscono praticare asana più complesse invece di pawanmuktasana?f15
Swami Niranjan: In effetti queste sono due domande, una riguarda la pratica di asana e pranayama ed il clima. Secondo le regole della pratica di asana, lo yoga dice che la pratica di asana dovrebbe essere eseguita con una temperatura che non crei disturbi allo stato naturale del corpo. Il corpo non dovrebbe fare esperienza di temperature estreme nel momento della pratica di asana. E per favore ricordate che il sistema dello yoga si è sviluppato in un paese caldo, quindi la tradizione richiede che si pratichino le asana la mattina presto, quando l’atmosfera è fresca e piacevole. Se provate ad applicare la stessa regola in Groenlandia, ciò sarà più difficile, in quel posto sarebbe più indicato praticare il pomeriggio, e se avete una camera riscaldata, sarà meglio. Ma non vi dovrebbe essere una grande differenza di temperatura. Come ho già detto in precedenza, lo scopo delle asana è quello di fornire rilassamento ed armonia alle funzioni del corpo, e se vi sono differenze climatiche estreme allora questi cambiamenti avranno effetto sul corpo, sul sistema nervoso, sulla pelle e sulla circolazione del sangue. Inoltre, ciò creerà ulteriori stress agli organi fisici ed alle loro funzioni. Perciò, usate il vostro giudizio e sono sicuro che troverete un modo adatto per l’esecuzione delle asana.
In relazione all’altra domanda, perché alle persone giovani tra i venticinque ed i trentacinque anni, piace praticare asana complesse e non pawanmuktasana, io direi che è principalmente un problema di maturità.
Quando ero giovane, certamente sono ancora giovane, mi piaceva praticare asana e mi sentivo bene, e sono in grado di praticarle senza alcun problema. Questo gonfiava la mia immagine. Ancora adesso vi sono molte asana che pratico e che voi neanche vi sognate di fare, ma dopo averne capito il procedimento, mi sento più comodo con pawanmuktasana. Secondo la mia esperienza personale , direi che è una questione di maturità.

Domanda: Cosa intendi per spiritualità?
Swami Niranjan: Volete la risposta dei libri o la vera risposta? La parola spiritualità deriva da spirito. Spiritualità significa esperienza della natura dello spirito. E in definitiva lo spirito non è la mente. In effetti, da quello che capisco sono dell’opinione che la spiritualità sorge solo dopo che avete raggiunto uno stato meditativo, e non prima. Lasciate che cerchi di spiegarvelo in un altro modo, e se voi trovate un modo migliore allora per favore ditemelo. Noi impariamo a gestire le varie attività della mente dall’inizio alla fine dello stato di dhyana. Cerchiamo di sviluppare alcune qualità che possono condurre all’esperienza dello stato spirituale. Queste qualità che noi evolviamo in forma di amore o di compassione o di affetto, non sono discipline imposte sulla propria natura. Negli stadi iniziali potremmo cercare di imporre al nostro stato naturale della mente alcune attitudini positive, e queste attitudini positive ci aiutano a canalizzare nella giusta direzione il nostro schema di comportamento; ma la tendenza di base o la natura di base della mente non è stata trasformata, la mente non ha attraversato un procedimento di purificazione. Una persona può andare fuori e rotolarsi sulla terra, nuda, rientrare in casa ed indossare abiti puliti appena stirati, potrebbe lavarsi il viso e le mani, mettere del profumo e apparire pulito. Ma con questo cambiamento esteriore abbiamo pulito o purificato il nostro corpo che è interiormente sporco? Per poter eliminare la sporcizia è necessario fare una doccia, un bagno, e pulirci.
Nello stesso modo, quando cerchiamo di imporci alcune qualità o attitudini è come fare indossare abiti puliti ad una mente impura, perché non abbiamo imparato a gestire nè la negatività e neanche le reazioni della mente naturale. Fino allo stadio di dhyana cerchiamo di purificare la mente e dopo che la mente è stata purificata facciamo esperienza dello stato di samadhi. Samadhi è lo stato pulito, puro e immacolato del corpo, della mente e dello spirito. E secondo me, la spiritualità inizia dopo il samadhi, perché da quel momento in poi abbiamo imparato a gestire la mente e abbiamo imparato a vivere l’esperienza spirituale nella vita quotidiana. Questa esperienza spirituale è allora un’esperienza vivente e non un concetto intellettuale. Se osservate la testa di Swami Anandananda li vi troverete delle cicatrici. Sapete come se le è procurate? No? Bene, se vi avvicinate a lui potete vederle. E se Swami Anandananda me lo permette vi dirò la storia di come si è procurato quelle cicatrici.
Quando venne in India la prima volta era una persona molto giovane e avventata, e aveva un intenso desiderio di realizzare il suo se divino. Durante il suo primo incontro con Paramahansaji egli disse subito “voglio essere realizzato istantaneamente”. Paramahansaji gli chiese “perché?” e Swami Ananda disse “Vedi, io vengo da una cultura dove abbiamo il té istantaneo, il caffè istantaneo e io voglio la realizzazione istantanea”. E ci fu certamente una lunga discussione di cui non vi racconto i dettagli, ma in qualche modo è riuscito, e mi domando ancora oggi come ha fatto, a convincere Paramahamsaji per il procedimento della realizzazione istantanea. E Paramahamsaji gli diede un mantra. Con il suo permesso vi dirò quale era il mantra e voi potete provare da stasera. Il mantra era ahambrahmasmi, che tradotto approssimativamente significa “io sono brahma o il se supremo”. E Paramahamsaji gli disse di ripeterlo finché sarebbe effettivamente riuscito a fare esperienza di ciò che stava ripetendo. Swami Ananda con la sua fretta di realizzare le sue qualità divine, si è seduto ed ha iniziato a ripetere ahambrahmasmi- io sono quello - io sono quello - io sono quello - per una settimana continuamente; certamente faceva delle pause per il pranzo, la cena e la colazione. Quando ha sentito di aver realizzato egli andò da Paramahansaji e gli disse: “ho completato la mia realizzazione”.
Paramahansaji disse: “faremo un test”. Gli diede una borsa e dei soldi e gli chiese di andare al mercato di Munger per comprare degli ortaggi. E Swami Ananda, molto felicemente uscì dal cancello pensando che tutto il mondo è magnifico, divino, sublime e non solo lui ma tutti erano parte di quella realtà suprema. A volte mi chiedo se aveva preso dell’LSD, perché guardava le foglie di un albero e osservava la luminosità attorno alle foglie e diceva: “Ah anche questa è una parte della realtà suprema”. E la strada, che generalmente è di asfalto, a lui sembrava dorata e sentiva l’energia divina emanare anche da essa. Nel suo stato di contemplazione arrivò al mercato di Munger, dove vide che tutte le persone si allontanavano da un certo punto. Chiese ad una persona perché scappavano tutti, e la risposta fu: “guarda, dovresti scappare anche tu perché c’è un elefante impazzito nel mercato, che schiaccia tutto quello che trova sulla sua strada”. Swami Ananda iniziò a pensare: “io sono il se supremo; anche l’elefante è il se supremo; tutto il mondo è il se supremo. Che male può fare il se supremo ad un altro se supremo? Se si getta un secchio di acqua nell’oceano cosa succede? Niente, si uniranno uno nell’altro. Perciò che male può fare il se supremo dell’elefante al mio se supremo?” Così, nella sua contemplazione del se supremo andò dritto verso l’elefante. Sfortunatamente l’elefante non era di umore filosofico e non si fermò per ascoltare le teorie di Swami Anandananda, ma lo prese con la sua proboscide gli fece fare alcuni giri e lo scaraventò a terra. Così si fece male, le cicatrici si possono ancora vedere. Andò a finire all’ospedale di Munger dove gli misero dei punti, lo ingessarono e lo rimandarono zoppicando all’ashram, senza ortaggi.
Quando egli raggiunse l'ashram, Paramahansaji era al cancello e disse: "cosa è successo?" Swami Ananda iniziò a imprecare in italiano, e per fortuna nessuno capì ciò che diceva. Quando si calmò, Paramahansaji gli chiese di raccontargli tutta la storia. Swami Anandananda gli disse che il mondo gli appariva così meraviglioso, luminoso, brillante, dorato, mentre camminava verso il mercato.
Paramahansaji dopo avere ascoltato tutta la storia, gli fece una domanda. "Se sapevi che tutti quanti sono parte di quella natura divina, perché non hai ascoltato quella persona che ti ha avvertito? Anche egli era divino e ti avvertiva di scappare”.
Questa è una storia che dimostra che la comprensione razionale è molto distante dall'effettiva realizzazione e che quindi la vita spirituale non è una sorta di ginnastica intellettuale. Deve essere fatta l'esperienza nella vita dopo avere controllato ed essere andati oltre la natura della mente. Quindi, ho detto che per me la spiritualità ha inizio dopo aver perfezionato i differenti stati della meditazione. Questa è la mia opinione personale. E' chiaro?

f5Domanda: Come possiamo riconoscere una vera persona spirituale e le sue qualità?
Swami Niranjan: Se volete riconoscere una vera persona spirituale non dovete guardare molto lontano, guardate Swami Anandananda sul palco.
Se studiate la Bhagavad Gita, troverete risposta a questa domanda. Nel 12° capitolo della Bhagavad Gita dal versetto 13 al versetto 20, vengono descritte le qualità dell'aspirante spirituale. E' una bellissima descrizione di come vive un vero essere spirituale. Ve ne parlerò brevemente.
“Colui che vive senza la sensazione di "mio", senza l'influenza dell'ego, con totale equilibrio nel dolore e nel piacere, con la qualità di perdonare gli altri, colui che considera amici e nemici con la medesima visione, è l'essere spirituale che mi è caro".
Questo è un versetto di quella descrizione. In questo modo viene descritta una persona con qualità spirituali. Sono state descritte 36 qualità ed attributi di una persona realizzata, e se avremo l'opportunità nel corso del nostro tempo qui, potremo discutere di alcune di queste.
La qualità più importante di una persona spirituale è l'abilità di arrendersi alla volontà divina, e non alla volontà della mente. Quando un individuo si arrende alla volontà divina le sue proiezioni esterne nella vita sono di compassione, amore, affetto e devozione, e nella vita dei santi o di esseri spirituali, oltre ad avere altre qualità, vediamo che queste sono quelle predominanti. Amore non condizionato, compassione non condizionata, affetto per chiunque e devozione per Dio e per la Sua presenza in ogni essere vivente. Queste sono le 4 qualità naturali che si evolvono nella vita di un aspirante spirituale, oltre alle altre che sono state menzionate nella Bhagavad Gita.
Ora, potete capire da voi stessi che colui che è libero dai legami dell'ego ed è in sintonia con il Sé Cosmico si è arreso o ha permesso alla devozione per l'Essere Cosmico di manifestarsi entro se stesso. Potete anche immaginare che una persona che ha il medesimo comportamento sia per un amico che per un nemico, possiede l'abilità di esprimere una naturale compassione per tutti. Qualunque sia la qualità, è un fatto che un individuo si eleva nella realizzazione spirituale andando oltre gli effetti di attrazione e ripulsione.
Questo non è qualcosa che ho letto ma è qualcosa che vedo ogni giorno di più nel nostro guru Paramahansaji. Egli lasciò l'ashram nel 1988; l'8/8/'88, dopo avere creato un impero dello yoga, una catena di ashram. Un giorno mi chiamò e mi disse: "domani mattina me ne vado". Certo, quello fu uno shock personale, ma egli disse molto chiaramente che aveva lavorato per lo yoga ma che era anche un sannyasin. Egli lavorò per portare la conoscenza dello yoga ma era solo per esaurire i suoi karma, e una volta che li aveva esauriti per quale ragione doveva continuare a rimanere nell'ashram? Solo per una vita piacevole, solo per avere il riconoscimento di guru? Quando lasciò l'ashram, partì con solamente due dhoti che gli erano stati dati dal suo guru Swami Shivananda. Quando lasciò l'ashram non accettò alcun aiuto finanziario, eccetto per 108 rupie che gli mettemmo nella borsa quasi per forza. La persona verso cui tutte le autorità avevano rispetto lasciò l'ashram da solo, camminando senza essere riconosciuto. Per un lungo periodo di tempo nessuno seppe dove era andato, cosa stava facendo o se era ancora in vita.
Questo cosa significa? Se egli fosse come uno di noi, sarebbe stato felice di svolgere il ruolo di guru e di dare una guida ai suoi discepoli. Sarebbe stato felice del riconoscimento e del rispetto che avrebbe ricevuto da chiunque. Ma disse no a tutto ciò, egli disse: "non è per questo che ho preso sannyasa; io ho uno scopo differente nella vita". Certamente, quella volta molti di noi hanno sentito di essere stati lasciati senza sostegno e guida; e questo a causa del nostro attaccamento verso di lui. Ma egli ci spiegò in modo molto logico che chiedergli di rimanere era simile a dire ad un padre sul punto di morte: "se sapevi che dovevi morire perché ci hai dato la vita?". Questo è qualcosa che non avremmo mai chiesto a nostro padre, perché sappiamo che la nascita e la morte sono realtà della vita a cui non si può sfuggire e deve venire un momento in cui dobbiamo reggerci sulle nostre gambe.
Nel corso del tempo abbiamo visto Paramahansaji evolvere in un tipo di essere differente, da guru egli è divenuto un siddha e da un normale essere umano egli è divenuto un essere sovrumano. Sono sicuro che voi siete consapevoli del suo invito di quest'anno per tutti noi. Bene, non voglio parlare molto di lui, perché questo può essere un argomento senza fine. Ma nel corso della sua vita ho visto manifestarsi le sue qualità spirituali; non dico questo perché è il mio guru ma perché l'ho osservato con un occhio critico. Nonostante tutto il mio criticismo, non ho mai visto in lui alcuna pecca. Non intendo un criticismo negativo, intendo un criticismo inquisitivo. Le qualità che si sono manifestate in lui sono divenute le linee direttive della mia vita. Sono sicuro che quando avrò terminato il mio mandato anch'io seguirò la stessa strada e forse, fra quarant'anni vi manderò un invito.

Ora termineremo con un breve Kirtan e Shanti Path. Se volete gustare la pratica di kirtan dovete cantare dal cuore. Sapete che quando andiamo a cena l'ambiente è carico, nello stesso modo adesso l'ambiente deve vibrare. In Munger pratichiamo mouna (silenzio) durante i pasti, non sto dicendo che dovreste praticarlo, sto solo dicendo che sono abituato ad un altro ambiente e che qui sento un ambiente differente. Lo stesso per i kirtan, l'arte del kirtan è quella di esprimere il mantra dal cuore, e se aprire il cuore è un problema allora potete iniziare con aprire bene la bocca. Una volta che riuscite ad aprire bene la bocca il cuore si aprirà automaticamente. Potete sperimentare con questo kirtan e potete anche tenere il tempo con le mani.
Hari Om Tat Sat



Kosha, i cinque aspetti della personalità umana - parte 2

Rimini, ottobre 1994


Yoga dice che la personalità umana ha cinque aspetti che sono stati definiti come kosha, o dimensioni. Kosha è la dimensione in cui un essere umano agisce e interagisce nella vita quotidiana. Di questi il primo è annamaya kosha. Noi agiamo ed interagiamo con i sensi, con il mondo esterno, con i concetti di nome, forma e idea. Questa interazione esteriore con il mondo è la dimensione di annamaya kosha. Il corpo è il mezzo, il corpo è lo strumento tramite il quale siamo in grado di funzionare ottimamente nella dimensione esteriore. Annamaya kosha è stato tradotto anche come “dimensione della materia”, di cui il corpo ne è una parte, i sistemi interni del corpo ne sono una parte, il cervello ne è una parte. Ed è questo che inizialmente deve essere armonizzato: annamaya kosha.
Se osserviamo il nostro corpo dal punto di vista dell’anatomia e della fisiologia umana, troviamo che esso contiene molti sistemi, che eseguono azioni precise in modo da sostenere la vita. Il sistema respiratorio esegue le proprie funzioni senza le quali o in assenza delle quali non potremmo sopravvivere. Il sistema cardiovascolare ha le proprie funzioni in assenza delle quali non vivremmo. In questo modo, quando osserviamo tutti i differenti sistemi del corpo, troviamo che ognuno ha una funzione specifica necessaria per la vita e per la sopravvivenza. Secondo la fisiologia e l’anatomia yogica, tutti questi differenti sistemi sono parte di annamaya kosha. In annamaya kosha abbiamo anche le esperienze dei sensi e le funzioni delle attività del cervello. Gli organi sensoriali, che sono in relazione con annamaya kosha, sono conosciuti come karmendriya.
Perciò, quando iniziamo con le nostre pratiche di yoga, è questo annamaya kosha che cerchiamo di armonizzare. E per favore, ricordate che è l’armonia fisica che porta ad uno stato meditativo completo. Negli Yoga Sutra di Patanjali è stato descritto lo stato fisico ottimale in relazione all’esecuzione delle asana. Nella definizione delle asana è stato detto che la posizione del corpo dovrebbe essere comoda, immobile e in totale agio. Quando il corpo è in una condizione perfetta e comoda allora vi è una sensazione di piacere che emana dal corpo che ha effetto sul cervello. Secondo quanto affermato dai sutra, il corpo dovrebbe essere immobile, sthiram, e dalla posizione del corpo si dovrebbe raggiungere un’esperienza piacevole, sukham; in questo modo è stato descritto lo stato fisico.mon 4
Presupponendo che questo sia lo stato ottimale del corpo, di annamaya kosha, confrontiamolo con lo stato abituale della nostra struttura fisica: dolori alle giunture, dolori nella parte inferiore della schiena, rigidità delle spalle e del collo, mancanza di circolazione in varie parti del corpo; di sicuro questi stati non rappresentano gli stati equilibrati di annamaya kosha, dove vi è comodità e dove il corpo fa esperienza di una sensazione di piacevolezza. Quindi, come possiamo arrivare a quello stato ottimale di armonia nel corpo fisico?
Per il momento sto parlando solo di annamaya kosha e non degli altri kosha di cui ci occuperemo più tardi. Alcune persone dicono che la pratica delle posizioni fisiche porta a questo stato di armonia ottimale nel corpo fisico. Ma in effetti, questa idea, questa teoria, questa opinione è in un certo modo sbagliata. Non dico che è assolutamente sbagliata, ma in un certo modo abbiamo saltato un punto molto basilare . Pratichiamo asana con l’idea che possano creare armonia fisica, con l’idea che possano rimuovere gli squilibri della struttura fisica. Ma in effetti questo procedimento inizia con la pratica di una serie molto semplice di movimenti, che è conosciuta come pawanmuktasana. La serie di pawanmuktasana è una combinazione di movimenti fisici molto semplici. Se devo insegnare yoga a qualcuno, gli faccio praticare pawanmuktasana per un periodo minimo di un anno, prima di passare alle altre asana. Per questo non ho molti allievi di yoga e le persone mi chiamano per tenere conferenze e non per insegnare. Però sento che da un punto di vista pratico del sistema dello yoga, queste tecniche di pawanmuktasana sono di grande importanza, perché con questa pratica effettivamente meditiamo su ogni singola giuntura ed ogni singola parte del corpo, purché la loro pratica venga eseguita con consapevolezza, non per mero piacere del corpo stesso.
Perché normalmente cosa succede nella normale pratica di posture? Tendiamo a coinvolgerci nei piaceri generati dalla postura. Tendiamo ad identificarci con il movimento che viene eseguito al momento della pratica di asana. Il movimento è una attività superficiale delle asana. Il vero scopo delle asana è creare uno stato meditativo del corpo. Quindi, personalmente sento che la serie di pawanmuktasana è il gruppo più importante di posture dello yoga, perché in questa pratica ci identifichiamo con ogni singola giuntura, con ogni singola parte e con tutti i muscoli della struttura fisica. E, insieme a quella identificazione viene il rilassamento, viene la consapevolezza e viene il risveglio delle facoltà di quel particolare organo o muscolo del corpo. Sapete, si stanno facendo molte ricerche, specialmente con le piante per vedere come crescono se si danno loro adeguate cure ed attenzioni. Perché non possiamo applicare lo stesso sistema con il nostro alluce? Perché non possiamo dare una giusta cura e attenzione al nostro alluce in modo che il flusso pranico nell’alluce divenga attivo? E quando ciò avviene l’intera struttura cellulare dell’alluce si trasformerà. Potete provare con il vostro alluce destro e confrontarlo con il sinistro. Dopo tre mesi. Vedrete che l’alluce destro sarà più grande e più grosso del sinistro.
Consapevolezza, rilassamento e attivazione dell’energia nel corpo è ciò che cerchiamo di ottenere con la pratica delle posture. E quando la mente si unisce al corpo, e si fondono uno nell’altro come un’unica entità, questo è conosciuto come illuminazione del corpo. Questo che vi sto dicendo rappresenta una progressione nel sistema dello yoga, non è necessario che lo facciate da oggi o da domani.
Sto cercando di rendere chiaro che nelle pratiche di yoga non si può isolare il corpo dalla mente o la mente dal corpo. E che si deve sviluppare non solo la consapevolezza degli organi esterni ma che si deve sviluppare anche la consapevolezza dei sistemi interiori, sotto stress o in tensione a causa di un uso errato o eccessivo. Anche questa attività interiore deve essere regolata.
Prima di questa sessione avete praticato yoga nidra, e in una parte della pratica, vi è stato chiesto di fare ruotare la mente da una parte all’altra del corpo. Questo è solo un esempio di come dobbiamo allenare la nostra mente ad interagire con il corpo. Perciò, quando cerchiamo di equilibrare annamaya kosha, stiamo effettivamente educando la mente, stiamo allenando la mente a realizzare i potenziali del corpo fisico.
Dopo annamaya kosha viene manomaya kosha. Certamente, tradizionalmente viene prima pranamaya kosha, ma non ne parlerò per il momento; parlerò di manomaya kosha, la dimensione dell’esperienza mentale e dell’interazione del sé con l’ambiente esteriore. Manomaya kosha è un aspetto molto importante e misterioso della personalità umana. Come possiamo sapere che cosa è la mente? Come possiamo sapere su come interagisce ? Quale è il comportamento della nostra mente e quale è la qualità dei guna? Guna sono qualità naturali con le quali siamo entrati nella vita. Più tardi vi darò delle spiegazioni che riguardano i guna. Yoga dice che la mente manifesta ha quattro aspetti specifici, che sono conosciuti come: manas, buddhi, chitta e ahamkara.
Così interagisce la mente.
Manas è l’aspetto della mente coinvolto nella contemplazione delle esperienze e delle percezioni sensoriali. C’è della musica: potremmo accettarla o no. Vi sono percezioni sensoriali come il caldo o il freddo: potremmo trarne piacere oppure no. Questo è il coinvolgimento della mente con le percezioni sensoriali, con gli organi sensoriali e con l’ambiente esterno; è l’attributo di manas.
L’aspetto successivo è buddhi: l’intelletto. Buddhi è la comprensione razionale della natura umana. Quando cerchiamo di sviluppare il concetto di corretto, il concetto di sbagliato, il concetto di giusto ed ingiusto, questi sono aspetti di buddhi. Razionalità, comprensione, accettazione e rifiuto, sono i quattro attributi di buddhi.
Poi viene chitta. Chitta è l’aspetto che riceve le impressioni dell’esperienza presente e la conserva per un uso futuro, in forma di memoria, in forma di comprensione subconscia, in forma di conoscenza.
Ahamkara è il fattore ego. L’identità del sé nell’ambiente in cui viviamo. E, nei quattro aspetti degli attributi di manomaya kosha abbiamo anche le sensazioni e le emozioni.
Per allenare e rilassare la mente, le facoltà e le attività di manomaya kosha devono essere canalizzate. Normalmente vi sono troppe distrazioni che non ci permettono di focalizzare la nostra attenzione su un punto per molto tempo. Questo non è colpa di nessuno; la natura della mente è quella di saltare da una cosa all’altra senza lasciarci il tempo di assimilare. E quando la mente salta, quando l’attenzione salta da una cosa all’altra, si sta creando dello stress subconscio, inconscio e psicologico. Si può gestire lo stress esterno, ma è molto difficile gestire lo stress subconscio ed inconscio. Yoga cerca di gestire questo aspetto della personalità umana creando inizialmente uno stato di rilassamento entro la mente. Ma prima che il rilassamento possa aver luogo, vi deve essere la consapevolezza di ciò che succede attorno a noi. Se devo chiudere le porte e le finestre di una stanza, serve che in effetti muova le gambe e le mani per arrivarci e per fare lo sforzo fisico di chiudere le porte e le finestre. Nello stesso modo, in relazione alla nostra mente dobbiamo prima passare attraverso il procedimento di divenire consapevoli di ciò che ci succede attorno ed identificare ciò che è necessario e ciò che è inutile. Poi isolare le nostre reazioni negative dalle esperienze normali in modo che vi siano meno distrazioni nella mente. E poi imparare come focalizzare la mente su un’esperienza, su uno stato.
mon 11Questo procedimento è conosciuto come pratyahara. Pratyahara è l’inizio dell’allenamento a gestire la mente umana. Per prima cosa, nella pratica di pratyahara ci viene insegnato a estendere all’esterno la nostra consapevolezza, proprio come nelle pratiche di pawanmuktasana, impariamo ad estendere la nostra consapevolezza alle differenti parti del corpo e a sapere che esistono. Potete fare un esperimento; fate questa domanda a qualcuno che non pratica yoga: quante volte durante il giorno divieni consapevole dei tuoi piedi e delle dita dei piedi? Se vi è dolore, se vi è sofferenza, certamente sarà consapevole di avere quel dolore ai piedi o alle dita. Ma normalmente troverete poche persone che lo sono. Io ho fatto questa domanda a molte persone e ho poche persone che dicono: oh, so che i piedi e le dita esistono. Una volta ho incontrato una persona molto grassa che dopo aver praticato yoga per molti anni è dimagrita e, la gioia più grande della sua vita era che dopo molti anni era effettivamente in grado di vedere i propri piedi. Proprio come in pawanmuktasana diveniamo consapevoli delle estensioni del corpo, in pratyahara diveniamo consapevoli delle estensioni della mente nel mondo esterno. Una volta che siete in grado di estendere pienamente i sensi e la consapevolezza esteriormente, allora può iniziare gradatamente il procedimento di ritirarli e focalizzarli dentro.
Perciò, lo yoga è stato molto chiaro nel dire che la meditazione non è solo fermare le influenze esteriori che hanno effetto sulla mente, la meditazione non è solo un procedimento in cui si diviene consapevoli della mente, ma è un procedimento in cui aggiungiamo la qualità della consapevolezza ad ogni processo ed attività della mente.
Ho già detto molte volte ed in molti differenti contesti che con le pratiche di pratyahara e di dharana, noi rieduchiamo la mente a divenire consapevole di se stessa. Penso che questa sia un’educazione molto importante che non abbiamo mai ricevuto nella nostra vita. Il nostro sistema di educazione ci orienta al lavoro. Mentre il sistema yogico di educazione è la consapevolezza del sé. La consapevolezza del sé non è un atteggiamento egoistico verso se stessi ma è piuttosto conoscere le qualità che abbiamo e il loro utilizzo nella vita. Perciò, questo è l’allenamento, questa è l’educazione che lo yoga cerca di fornire. Prima l’estensione dei sensi e della consapevolezza nell’ambiente esterno, nelle attività, nei pensieri, nel comportamento, e poi con la consapevolezza delle vostre funzioni e reazioni nella vita, imparare ad armonizzarle. Spesso trovo difficile accettare che quelle persone che hanno meditato per molti anni, per molte ore e che si sono allenate intensamente non riescano a controllare o gestire le loro reazioni e le loro negatività. Perciò, non ho mai capito cosa cercavano di raggiungere quelle persone nella meditazione. Questo è contrario all’intero scopo della consapevolezza del sé. E’ contrario all’intero scopo di praticare un sistema di yoga, tramite il quale possiamo realizzare la nostra natura e le nostre qualità. Dico questo perché voglio rendere molto chiaro che deve esservi un sistema nella pratica della meditazione. E non solo nella meditazione, il sistema deve essere applicato anche nella vita. Il sistema non deve essere preso in un contesto negativo, ma in un contesto creativo, positivo e di supporto. Una volta che siamo riusciti a gestire le normali attività della mente, i pensieri, le sensazioni e le emozioni, una volta che siamo riusciti ad armonizzare la nostra razionalità, o meglio, una volta che siamo riusciti a capire la nostra razionalità, allora possiamo iniziare a trattare con pranamaya kosha.
Pranamaya kosha è la dimensione dell’energia. Il nome è pranamaya: dimensione piena di energia. Ora, sorge una domanda: cos’è Prana? Poiché generalmente viene tradottocon il termine energia , Prana è stato definito anche come la forza che governa la dimensione manifesta o il procedimento della vita. Yoga dice che questo prana ha due qualità. In un senso il prana governa le attività e le funzioni del corpo e della mente, nell’altro esso gestisce il cosmo, l’universo. Noi dovremmo comprendere il prana da una prospettiva differente in modo da metterlo in relazione con la nostra vita.
Prana è la qualità degli elementi. Quale è la qualità del fuoco? Calore. Quale è la qualità dell’acqua? Fluidità. Quale è la qualità della terra? Regge la natura. Quale è la qualità dell’aria? Mantiene la natura. Quale è la qualità dello spazio? Esso fornisce l’atmosfera adeguata alla crescita. Nei Veda vi è una bellissima affermazione che è kam brahman o la più alta coscienza dello spazio. Questo spazio è riconosciuto come Maha Prana. Ogni elemento ha una particolare qualità e quella qualità ha un particolare attributo e funzione. La combinazione di questi differenti elementi fa nascere una particolare forma di vita. Nel nostro corpo facciamo esperienza di calore, che è la qualità di agni tattwa. Il nostro corpo è per più dell’80% liquido, quella è la qualità del tattwa acqua. Una volta ho incontrato un signore inglese che non aveva mai fatto un bagno nella sua vita. Quando gli chiesi il perché mi disse: “perché sprecare acqua quando il corpo è già al 90% acqua?”mon 6
Le differenti composizioni, differenti gradi di fusione degli elementi fanno emergere una nuova forma di vita, e questi elementi mantengono quella forma di vita con le loro qualità. Questa qualità è conosciuta come prana e gli yogi sanno che esso esiste negli esseri animati e negli oggetti inanimati. Questo prana può anche assumere colori differenti. E’ come mescolare due colori per crearne un terzo. Allo stesso modo, due elementi creano una terza forza di prana. Potete così immaginare quanti tipi di prana abbiamo con la combinazione dei cinque elementi e con la loro energia pranica. Nel sistema di kundalini yoga la manifestazione di questa forza pranica è vista nei chakra. Di questo parleremo dettagliatamente più tardi, ma in breve, questo prana è il fattore che può elevare sia la mente, sia la coscienza, sia l’energia, oppure legare un individuo allo stato di esperienza fisica, dal quale non vi è uscita . Questo si vede nell’aspetto delle diverse mentalità. Secondo lo yoga, il sistema pranico viene armonizzato con la pratica di pranayama e con le pratiche di dharana. Quando pratichiamo pranayama, stiamo purificando, stimolando e risvegliando l’energia pranica fisica. Ma quando arriviamo allo stato di dharana, dopo pratyahara, allora trattiamo con l’energia contenuta nei tattwa. Nei paesi occidentali non è ancora stato descritto finora il modo di gestire pranamaya kosha attraverso dharana. In effetti, nel libro Dharana Darshan è stato fatto un tentativo per descrivere quelle pratiche. Si deve anche capire che questo prana è sottile e grossolano allo stresso tempo. Anche nelle pratiche di Hatha Yoga, viene fatto un tentativo per armonizzare il prana grossolano ed il prana sottile nella forma di ida e pingala.

Hari Om Tat Sat

Kosha, i cinque aspetti della personalità umana - parte 1

 Rimini, ottobre 1994

Nel nostro corpo vi sono differenti manifestazioni del prana alle quali sono state assegnate differenti funzioni. Queste differenti manifestazioni del prana sono anche in relazione con la funzione dei chakra. Per avere una comprensione generale del prana, possiamo dire che secondo il sistema di Hatha Yoga, esso è suddiviso in due gruppi. Il primo aspetto del prana in Hatha Yoga, è l'aspetto solare, l'aspetto dinamico. Il secondo aspetto del prana è l'aspetto lunare, la forza passiva. Questi due aspetti sono stati descritti come: la forza di pingala e la forza di ida, che rappresentano anche i canali del flusso dell'energia vitale nel nostro corpo. Per attivare questi due flussi nel corpo vengono utilizzati i mantra oltre alle pratiche di pranayama. Perciò ora vedremo brevemente quelle che sono le tecniche che risvegliano nel nostro corpo la forza solare e la forza lunare.
La forza solare rappresenta l'aspetto vitale del prana, l'aspetto dinamico del prana. La forza lunare rappresenta l'aspetto passivo. La forza dinamica controlla e regola le funzioni del corpo fisico. La forza passiva controlla le funzioni della mente. Nelle pratiche di pranayama, inizialmente, cerchiamo di regolare il flusso del respiro e tramite il respiro alteriamo eventualmente, il flusso dell'energia pranica nel nostro sistema. Vi sono differenti tipi di pranayama, ma possiamo suddividerli in tre differenti gruppi: i pranayama vitalizzanti, i pranayama tranquillizzanti e i pranayama armonizzanti. I pranayama vitalizzanti generano intenso calore nell'attività pranica del corpo. Alcune ricerche hanno mostrato che quelle persone che si sentono fisicamente inattivi, possono divenire attivi con la pratica di pranayama vitalizzanti. Ho avuto l'opportunità di insegnare pranayama vitalizzanti in un ospedale psichiatrico a persone catatoniche. Sapete che le persone catatoniche se messe in una posizione vi rimangono per un lungo periodo di tempo. Se il loro braccio è in alto, rimarrà su finché non gli viene abbassato forzatamente. E' uno stato nervoso depressivo nel quale non vi è assolutamente alcun controllo sulle funzioni del sistema nervoso e nessun controllo sul sistema muscolare e non vi è alcuna interazione tra il cervello e i vari sistemi del corpo. Il corpo non riconosce i comandi inviati dal cervello e il corpo non invia alcuna stimolazione al cervello. Perciò, quando ho insegnato loro la pratica di pranayama dovevo effettivamente chiudere loro le narici per fargli eseguire la pratica. Una delle prime pratiche che abbiamo fatto è stata l'attivazione di pingala nadi, inspirare ed espirare solo con la narice destra per un lungo periodo di tempo, chiudendo la narice sinistra con del cotone o cera. Abbiamo visto che dopo alcuni giorni di pratica quelle persone iniziarono a rispondere alle istruzioni che gli venivano date e divenivano sempre più dinamici e attivi. Una volta che avevano iniziato a rispondere abbiamo incorporato molti altri pranayama per vitalizzare il loro sistema. Lo scopo finale della pratica era quello di renderli eventualmente capaci di badare a se stessi, di capire le istruzioni che gli venivano date e anche di riconoscere le situazioni a l'ambiente del mondo esterno.f14
Così abbiamo scoperto che le pratiche che vitalizzano il sistema pranico nel corpo sono benefiche per esteriorizzare l'attività mentale, la mente.
Un effetto simile si vede quando pratichiamo i pranayama tranquillizzanti. Le persone che sono iperattive, le persone che sono inclini a stress e tensioni cronici, quando praticano le tecniche tranquillizzanti del pranayama, si calmano e rilassano la loro agitazione nervosa. Secondo lo yoga queste differenti influenze sul corpo e sul cervello hanno luogo con l'attivazione dell'aspetto solare e dell'aspetto lunare del prana. Per potere essere efficienti nella vita è necessario armonizzare le attività e le interazioni tra il cervello ed il corpo con la pratica di pranayama tranquillizzanti. Certo, per sentire i loro effetti si deve raggiungere un certo livello di perfezione. Quindi possiamo dire che la pratica di pranayama aiuta ad attivare il livello di energia fisica e anche il livello mentale della vitalità.
In hatha yoga usiamo anche i mantra per stimolare il prana, il metodo è simile a quello del kundalini yoga. Gli yogi hanno realizzato che ogni flusso di energia o canale pranico è governato da una specifica forza vibrazionale. Nelle pratiche di hatha yoga la forza di pingala, la forza solare, e ida, la forza lunare, sono governate da due mantra. I mantra sono: ham che governa la forza solare e tam che governa quella lunare. In effetti, la parola hatha è la combinazione di questi due mantra, ham e tam. Perciò, dal nome stesso si può vedere chiaramente che lo scopo di hatha yoga è quello di equilibrare i prana che si manifestano nel corpo e nella mente.
Ora, quando iniziamo ad andare più in profondità nella regolazione della forza pranica nel nostro corpo, dobbiamo considerare anche le pratiche di kundalini yoga. In kundalini yoga si afferma che entro il corpo vi siano sei centri psichici. Cinque centri, da muladhara a vishuddhi, sono in relazione con i sensi e gli elementi individuali. Muladhara come elemento terra, swadhisthana come elemento acqua, manipura come fuoco, anahata come aria e vishuddhi come elemento etere. Questi cinque chakra sono in relazione con i differenti organi sensoriali e con le percezioni sensoriali, il tatto, l'olfatto, la vista, l'udito ed il gusto. Il sesto chakra che è ajna chakra, è in relazione con la mente individuale, la forza cognitiva della dimensione manifesta. Certamente, anche sahasrara è incluso nel sistema dei chakra, ma sahasrara non è un chakra che viene risvegliato o trasformato ma è piuttosto lo stato perenne di un essere risvegliato, dove un individuo controlla tutte le funzioni della mente individuale e fa anche esperienza dello stato di coscienza paranormale. Sto usando la parola paranormale perché lo stato di sahasrara non può essere descritto con le parole. E' lo stato di luminosità o di illuminazione interiore. Perciò, questi sei chakra sono i più importanti e possono essere attivati con i bija mantra. In kundalini yoga vi è un gruppo di pratiche conosciute come chakra shuddhi yoga, lo yoga per purificare i centri psichici e l'energia pranica che contengono. In questa forma di yoga usiamo i bija mantra di ogni chakra per attivarne il prana.
In pranamaya kosha vi è un altro aspetto ed è quello della co-scienza. Ogni aspetto del prana è collegato ad un definito stato di co-scienza e ad un istinto. Per potere risvegliare i propri potenziali latenti, kundalini yoga afferma che è necessario controllare questi istinti. Muladhara, che è il primo centro psichico, controlla l'aspetto di maithuna, l'istinto sessuale. La sublimazione di questo istinto porta alla trasformazione dell'energia di muladhara. Swadhisthana ha l’istinto della paura. Qui la sublimazione dell’istinto della paura porta al risveglio dell'energia di swadhisthana. Manipura è governato dall'istinto della bramosia per la soddisfazione e per la completezza. Gli aspetti della soddisfazione e della completezza sono conosciuti come ahara, che sono necessari per mantenere la personalità individuale. Proprio come il cibo mantiene il corpo fisico, le sensazioni mantengono il corpo mentale. Dal buon cibo ricaviamo piacere, dalle buone sensazioni ricaviamo piacere e ci nutriamo. Il quarto istinto, il sonno, governa anahata chakra. Il sonno in questo caso, non deve essere inteso nello stesso contesto del sonno normale. Il sonno o nidra, in questo caso significa: assenza di una base solida che porta alla disconnessione dei sensi dall'ambiente esterno. Tramite gli occhi siamo consapevoli della qualità della visione. Quando chiudiamo gli occhi, la vista, la vista esteriore non è attiva, il visivo è disconnesso dal mondo dei sensi e degli oggetti. Udiamo tramite le orecchie, se però chiudiamo le orecchie e non udiamo più i suoni esterni, questo è conosciuto come disconnessione, disconnessione dal mondo dei suoni. Queste differenti disconnessioni portano all’isolamento della mente dal mondo dei sensi e degli oggetti, questo isolamento è conosciuto come nidra. Esso è stato definito anche come istinto perché quando la mente è sovraccaricata dalle stimolazioni sensoriali, vi è una tendenza naturale ed istintiva a ritirarci dal mondo esterno e questo ritiro è assieme sottoforma di profonda introversione. Questa profonda introversione si manifesta fisicamente come sonno. Quindi, sono questi gli istinti che cerchiamo di superare nel procedimento del risveglio di pranamaya kosha. L’istinto di vishuddhi è la consapevolezza centrata sull’ego, ego che relaziona, identità di io che relaziona con il mondo esterno. L’identificazione con il mondo di: nome, forma e idea è conosciuta come identificazione dell’ego.
Nelle pratiche di Kundalini yoga dobbiamo lavorare su diversi livelli simultaneamente. Risvegliare il prana nei diversi chakra è un aspetto, gestire e sublimare gli istinti è un altro aspetto, fare esperienza dello stato alterato di coscienza di ogni chakra, è il terzo aspetto. Con l’apertura dei differenti chakra, l’energia equilibrata, l’energia universale che fluisce nel nostro corpo è conosciuta come kundalini shakti. Questa kundalini è un aspetto dell’energia cosmica mahaprana, che si manifesta in un corpo individuale. Una forza illimitata in una struttura individuale limitata.
Dopo il risveglio di pranamaya kosha, passiamo a vigyanama-ya kosha, lo strato della conoscenza. Vigyanamaya significa anche conoscenza sottile, non conoscenza ma saggezza. La conoscenza può essere un procedimento intellettuale, un procedimento razionale, ma la saggezza è l’applicazione vivente di quella conoscenza. In questo modo, diveniamo consapevoli delle differenti dimensioni della coscienza. Le pratiche di gyana yoga vengono applicate per fare esperienza di vigyanamaya kosha, che con le pratiche di meditazione portano eventualmente all’esperienza di anandamaya, la beatitudine. Anandamaya non è solo beatitudine ma è anche bellezza. Beatitudine e bellezza, queste sono le due qualità di cui fa esperienza l’aspirante spirituale.
Così è come gli yoga hanno considerato l’intera struttura della personalità umana. La visione yogica della personalità umana non è limitata alle esperienze quotidiane del corpo, della mente e delle emozioni, ma vengono anche integrate le esperienze manifeste con le esperienze immanifeste; riconoscendo molto bene che l’aspetto della vita con cui ci identifichiamo è solo quello esterno e superficiale e che vi è un aspetto più profondo della nostra personalità che deve essere realizzato per poter fare l’esperienza delle 3 OM. Sapete perché cantiamo 3 volte Om? Cantando 3 volte OM noi riconosciamo le 3 qualità del Se. Nel canto della prima OM, è om-niscienza, la seconda è om-nipotenza, e la terza è om-nipresenza. Queste sono le tre qualità del Se, che noi confermiamo quando cantiamo tre volte OM.Rimini5
Perciò, nel procedimento della meditazione, quando iniziamo a muoverci da pratyahara verso dharana, deve esservi una graduale espansione della consapevolezza. Questa espansione della consapevolezza deve aver luogo in modo sistematico. Circa sette anni fa, fu fatto un esperimento negli USA durante il quale un ipnotizzatore ipnotizzò una persona e chiese a quella persona di dire quante foglie vi erano in una pianta che si trovava dentro la stanza. Ora, potremmo entrare consciamente in una stanza, guardarci attorno, ma non possiamo riconoscere e contare le foglie delle piante. Non riconosciamo ne la qualità della stanza ne gli oggetti che si trovano dentro, ma la mente subconscia osserva tutto. Nello stato d’ipnosi, quella persona ha effettivamente dato il numero esatto delle foglie di una pianta, una pianta nel vaso tenuta nella stanza. Egli non aveva contato le foglie in anticipo, poichè era entrato in quella stanza per la prima volta. Cosa significa per noi questo esperimento? La mente ha l’abilità di osservare ed essa osserva sempre, ogni momento, ma quel processo di osservazione non è effettivamente cosciente, esso è subconscio. Se potessimo rendere cosciente quel procedimento di osservazione o di consapevolezza, potete immaginare che tipo di cambiamento vi sarebbe e che tipo di trasformazione vi sarebbe nella vita. Esternamente, per una persona che non ha sviluppato quella qualità , quella qualità potrebbe sembrare una forza psichica, ma non è una forza psichica ma è l’abilità naturale del subconscio e dell’inconscio, oppure possiamo dire che è la coscienza totale che si manifesta esternamente. Io direi che non vi sono siddhi (facoltà psichiche) in questo mondo, ma che vi sono qualità naturali della coscienza umana che si manifesta dopo che vi siete educati ed allenati cosa ad una persona ignorante potrebbe sembrare qualcosa di paranormale. Però, per una persona che sta facendo l’esperienza è un procedimento naturale e spontaneo.
Così è il modo in cui ci muoviamo entro lo stato meditativo attraverso la nostra personalità. Nella meditazione non viene coinvolta solo la mente, ma ogni singolo aspetto della natura umana, della mente umana e della personalità umana. Questo è lo scopo dello yoga, risvegliare l’intera natura umana in modo che si possa fare esperienza di totale soddisfazione. Sono stato chiaro finora? Dalla prossima sessione parleremo delle pratiche individuali e specifiche dello yoga e della meditazione.
Hari Om Tat Sat