Anno 2010 - Volume 4

  • Bhakti Yoga 
  • Satsang di Swami Satyananda 
  • Il Ruolo del Guru 
  • Hatha Yoga Pradipika 

Bhakti Yoga

Tratto da: Swami Satyananda Paramahamsa, Calendario 2010 di Rikiapith.

Maggio

Bhakti è certamente una scienza. Bhakti produce una trasformazione nella consapevolezza, come un cambiamento chimico, genera una metamorfosi nei pensieri, nelle azioni e nella mente di una persona così come nelle sue reazioni, nelle sue risposte e nello stile di vita. Questi cambiamenti si possono vedere e sperimentare. Coloro che hanno raggiunto l’ultimo stadio di bhakti, come Mirabai, Sant Hari-das e Chaitanya Mahaprabhu, ci hanno detto una stessa verità, che bhakti è energia divina, amore trascendentale. Non è la normale emozione dell’amore, è amore supremo.
Quando la vostra mente è completamente immersa in qualcosa, quando si fonde incondizionatamente in qualcosa, diventa tutt’uno con quell’oggetto d’amore. Quando rivolgete il vostro amore verso Dio, la mente comincia a perdersi in Dio. Lentamente diventa tutt’uno con Dio e il baratro fra il devoto e Dio inizia a ridursi.
Bhakti è il punto ultimo di fusione; quando si scinde l’atomo si fa esplodere il nucleo. Il punto finale è bhakti, la devozione, l’amore. La bhakti non è devozione religiosa, in cui si va al tempio o in chiesa, si recitano preghiere, si offrono dei fiori e si esegue una puja. Quella non è vera devozione; deve venire dal cuore. Bhakti è un’espressione di bhavana, un sentimento che viene dal cuore, non un prodotto dell’intelletto.
Spiegherò che cosa intendo per sentimento. Che cosa succede quando vi sentite ansiosi e preoccupati? Pensate continuamente alle stesse difficoltà; anche mentre mangiate la mente improvvisamente ci ritorna sopra. Perché? Perché avete vissuto qualche trauma o calamità e quel sentimento ritorna continuamente. Così, avete la consapevolezza di quel sentimento. Questa consapevolezza è presente in ognuno, in tutta la creazione, in tutta l’umanità, in tutti gli animali.
Non dovete generare i sentimenti: ognuno ne fa esperienza al massimo grado. Potete vederlo fra i membri della famiglia quando litigano. Quando muore il primogenito, i genitori non siedono mai dicendo tranquillamente: “Bene, nostro figlio è morto, che cosa dobbiamo fare adesso?”. Iniziano a piangere, a disperarsi e a fare ogni sorta di cose. Bhavana è completamente sviluppato in tutti gli esseri; non dovete far nulla per svilupparlo; per questo odiate e che amate.
L’intelletto discerne, ma bhavana è cieco. Una ragazza si innamora di un ragazzo. Pensa che lui sia l’unico che valga, il più bel ragazzo, l’amante ideale, come se non ci fossero altri ragazzi al mondo. Qui bhavana è un concetto limitato. Il sentimento crea un limite e immediatamente si chiude il cerchio. La ragazza pensa che lui sia il più bel ragazzo, come se non ne esistessero altri. Allo stesso modo, il ragazzo pensa che lei sia la ragazza più bella, anche se Dio ha creato milioni di donne attraenti.
Bhavana è interiore, non esteriore. Poiché si chiude il cerchio, esso limita il flusso di pensieri e sentimenti all’oggetto dell’emozione. Intensifica e unifica il sentimento. Ora, dovete ottimizzare il vostro bhavana. Invece di dirigerlo verso la paura, la rabbia, l’animosità, l’odio, maya e moha, dovete dirigerlo verso Dio. Quando lo amerete come amereste il vostro innamorato o la vostra innamorata, allora Dio sarà lì; verrà immediatamente.

Giugno

Indipendentemente da quanto yoga pratichiate, da quanti shastra leg-giate, offerte facciate, austerità eseguiate, qualunque cosa facciate, non si può realizzare Dio attraverso questo. La base della realizzazione di Dio è l’amore e la devozione, così come amate vostra moglie, amate i vostri figli o amate la vostra proprietà. Voi pensate al vostro nemico e desiderate la vendetta così intensamente che la sua impressione rimane sempre nella mente e non ne perdete mai la traccia. Se a casa si ammala un vostro caro, continuate a pensarlo anche mentre mangiate o viaggiate. Se avete gli stessi sentimenti per Dio, anche Dio può apparirvi in qualsiasi forma perché Egli è senza forma.
Come so se queste forme sono corrette o scorrette? È solo specu-lazione. Questo è quello che ho capito dopo aver letto il Ramachari-tamanas. Se volete conoscere Dio, lasciate tutto, cantate le sue lodi, smettete ogni sadhana e sviluppate una relazione d’amore con Lui. Potete sviluppare questa relazione con Dio come padre e amarlo co-me amereste un padre. Potete rapportarvi a Dio come a un figlio e amarlo come Kaushalya amò Rama. Potete rapportarvi a Dio come al vostro amato ed amarlo come Radha amò Krishna. Potete perfino rapportarvi a Dio come a un vostro nemico e odiarlo come Ravana ha odiato Rama; giorno e notte non pensava altro che a Rama.
Potete adorare Dio in qualunque forma desideriate e quella stessa forma apparirà davanti a voi. Come Tulsidas dice nel Ramacharita-manas: “Ognuno ha raffigurato nella persona del Signore il riflesso della sua disposizione emozionale”.
Se pensate che tutto questo sia illusione, lasciatemelo dire, nulla di quello che esiste nel mondo è illusione; tutto è realtà. Parlo in base alla mia esperienza, per quanto poca ne abbia avuta. Dio è il nostro amico che opera sempre per il nostro bene. Siamo noi che ci dimentichiamo di Lui.
Dio esiste e resta sempre con noi come un amico. Swami Shiva-nanda era solito dire: “Dio è il respiro del respiro, il prana dei prana e la vita della vita. Dio è la mia realtà. Questa è l’unica verità nella vita”.
Molte persone rimangono isolate a causa della ristrettezza mentale e a causa di maya, così l’elettricità non scorre attraverso di loro. Se eliminiamo l’isolamento, allora il potere di Dio comincerà a fluire attraverso di noi.
Quando l’amore per Dio diventa così profondo ed intenso, riu-sciamo a vedere Dio ovunque, proprio come un amante vede il suo amato ovunque. In voi, in me, in tutti, la gloria di Dio è visibile ovunque. Facendo esperienza di Quello, anche io divento Quello. Dovunque guardiate, vedete Rama. Fare esperienza di Quello è lo scopo della vita. Tutte le altre attività, come studiare, servire, realiz-zare i desideri, educare i figli, avere un conto, vanno fatte, ma tutto ciò è maya.
Non c’è bisogno di lasciare casa per fare esperienza di questo, ma dovremmo pensarci sempre. Che cos’è Dio? Come posso comunicare con Lui? Se sono Lui, come posso realizzarlo? Questo pensiero dovrebbe essere costantemente nella nostra mente.

Luglio

Dovete aprirvi a Dio, non siate ipocriti. Dovreste sapere quello che siete, la vostra mente è così disgustosa, le vostre idee sono così sba-gliate, la vostra immaginazione è così sporca, il vostro parlare è così grossolano. Parlate, leggete, scrivete di Dio, pensate a Lui, ma come pregate? Durante la preghiera c’è solamente il corpo, la mente se ne è andata altrove. Quando fate japa la mente vaga tutt’intorno come un delinquente. Questa è la qualità della vostra personalità; questo è ciò che siete. Appartenete al livello inferiore, eppure volete ottenere l’ammissione all’università! Fallirete ogni anno.
Vera bhakti significa vero amore; quando amate una bella donna come si vede nei film, dimenticate tutto. Vi dimenticate di quanto vi circonda, vi dimenticate di quello che potrebbero pensare i vostri genitori. Non vi fermate nemmeno a pensare che cosa accadrà alla ragazza se rimane incinta. Dimenticate tutto in quella situazione. Ma potete dimenticarvi tutto allo stesso modo quando pregate Dio? Avete mai dimenticato tutto durante le vostre preghiere? Se non potete concentrarvi su Dio neanche per un minuto, significa che dovete cambiare lo schema del vostro sadhana.
Qualunque cosa avete fatto è stato per il vostro godimento, per il piacere dei vostri sensi. Non sto sostenendo che dovreste rinunciare a tutti i piaceri dei sensi. Se non godete dei piaceri dei sensi la vostra vita sarà noiosa.
Deve esserci equilibrio nella vita, dovete avere tanta devozione per Dio quanto desiderio avete per il godimento. Godete di questo mondo più che potete e di pari passo offrite a Dio più devozione che potete. Questo è uno degli argomenti principali delle scritture vediche.
Ha sapore il cibo senza sale? Allo stesso modo la vita senza bhakti non sa di niente. Un uomo senza bhakti è come una donna svestita ornata di bei gioielli. Dov’è la bellezza? La vita senza bhakti è come l’halwa senza zucchero o l’upma senza sale. La vita senza bhakti è incompleta. Niente è più prezioso al mondo della bhakti. È più preziosa dell’oro, dei diamanti o delle perle. Per di più, è molto rara. Dove c’è bhakti c’è pace della mente.
Non c’è nessuna fabbrica che produce la pace della mente. Bhakti è uno stato in cui non ci sono preoccupazioni, simpatie e antipatie, amore, odio, ira o cupidigia. Quando siete in uno stato di equanimità, la mente è indifferente al denaro che entra o che esce, alla lode o alla critica. Che vostro figlio vi ubbidisca o no, voi siete in pace. Pace significa accettazione della vita. L’atteggiamento di bhakti è: “Ho lasciato tutto nelle tue mani; spetta a Te portarmi al successo o alla rovina”.
Un altro modo per ottenere la pace è attraverso il satsang. Un ma-lato va dal medico per una visita e accetta qualunque medicina gli prescriva, che sia omeopatica, allopatica o ayurvedica. Allo stesso modo, l’uomo la cui mente è malata ha bisogno di andare dal dottore. In questo caso il dottore è il guru, sono i santi e i saggi. Le medicine prescritte sono le ispirazioni e le verità ricevute nel satsang. Il satsang funziona senz’altro. I suoi effetti compaiono dopo una, due o tre dosi. Quando vengono sparati cinquanta proiettili, sicuramente uno colpirà il bersaglio.
Ho parlato di tre metodi per ottenere la pace: il primo è l’accettazione della vita, il secondo bhakti o devozione verso il Si-gnore, il terzo il satsang.

Agosto

Quando non volete sposarvi, perché vivere in casa? Vivete nella casa quando vi sposate, perché allora dovete vivere in un sistema sociale. Quando uno non si vuole sposare, quando non vuol vivere con nessu-no, quando non vuole progenie, dovrebbe vivere in solitudine, questa è, in effetti, la verità. Per trasformare l’emozione in devozione il solo sforzo intellettuale non basta; si deve anche cambiare la situazione.
Quando non adottiamo il modello di vita del capofamiglia, significa che non abbiamo veramente bisogno di una vita da capofamiglia. Non ne abbiamo bisogno né la desideriamo. In questa situazione dovremmo trovare un posto ritirato e il posto migliore in cui andare è un ashram, dove possiamo trasmutare i nostri sentimenti e le nostre emozioni in devozione.
Per trasformare i sentimenti o le emozioni in devozione, prima di tutto è necessario un modello, e il modello è il guru. Si dovrebbe avere una connessione emozionale di bhakti col guru. Quando c’è affinità mentale o intesa fra guru e discepolo, allora la bhakti o devozione diviene più profonda. La devozione verso il guru è, in realtà, devozione verso Dio. Tutte le scritture, le Upanishad e i grandi uomini hanno detto questo.
Scegliete un ishta devata, che sia Shiva, Ram, Vishnu, Dattatreya, Gayatri o Savitri, secondo il consiglio del vostro guru, o la vostra personale propensione, o il consulto con un buon astrologo che sce-glierà la vostra divinità in base ai vostri influssi planetari. Prendete il giusto mantra, che sia Om Namah Shivaya, Om Namo Narayanaya, Om Namo Bhagavate Vasudevaya, Om Sri Ram Jai Ram Jai Jai Ram. Tenete una foto di una particolare divinità difronte a voi nella stanza per la meditazione. Per sei mesi praticate tratak (lo sguardo fisso) sull’immagine da quindici secondi a quindici minuti. Guardate l’immagine attentamente, con concentrazione, per quindici minuti senza battere le palpebre, fino a quando le lacrime scorrono in abbondanza. Studiate la Bhagavad Gita, il Ramayana, i Narada Bhakti Sutra e gli Shandilya Sutra. Vivete per un anno ad Ayodhya, Mathura, Pandharpur, Rishikesh o qualunque altro luogo santo. Attraversate il percorso di navadha bhakti, ripetete costantemente il vostro guru mantra, dormite solo per tre ore a notte. Scegliete un bhava adatto a voi, che sia Madhurya, Sakhya, Daasya o Vatsalya, così che possiate sviluppare una resa a Dio senza riserve, autentica, perfetta. Pregate dal profondo del vostro cuore. La preghiera può muovere perfino le montagne, la preghiera può raggiungere una dimensione in cui la ragione difficilmente può entrare.
Dovete ricercare un tipo di relazione con Dio da voi. Voi dovete scoprire che tipo di relazione avrete. Io ci ho pensato per tutti questi anni e ora, dopo essere venuto a Rikhia, l’ho scoperto. Ero solito pensare che io facevo tutto, ora so che era Lui a fare tutto per me e io sono solo il suo servo.
Settembre

Il raja yoga è utile, ma devo dire che bhakti yoga, o la via della devozione, è superiore. Il raja yoga dice di controllare la mente ma il bhakti yoga non dice questo. Bhakti dice che la mente non si ferma; è come il vento. Anche se non c’è vento percepibile, lo stendardo di Hanumanji è ben spiegato; il vento non cessa mai, soffia sempre in una direzione o nell’altra. Allo stesso modo la mente rimane sveglia anche nei sogni. Anche se morite, la mente rimane sveglia, e le risorse che vi lasciate dietro, al momento della morte, le ritroverete più avanti.
Il bhakti yoga dice: “Perché cercare di controllare la mente quando non è passibile di controllo, quando non si ferma mai, quando la sua natura è continuo movimento? Dio ha detto che è la natura della mente chiacchierare proprio come la natura del ghiaccio è essere freddo, perché adoperarsi per controllarla?”. Dunque, che cosa si deve fare? Egli dice di dirigere la mente verso Dio. Assorbite la vostra mente nell’oggetto che amate. Se amate Dio assorbite la mente in Lui.
Devozione significa fusione dei vari aspetti e atteggiamenti d’amore; la totalità dell’emozione in modo focalizzato. Quando tutto l’amore interiore converge su un unico amato che è bhagawan, allora diventate il bhakta e la relazione fra voi due è una relazione di bhakti. Non c’è materia prima esteriore utilizzata in questo tipo di amore, come quando si usa il legno per fare una sedia, un tavolo o un idolo di Shiva o Ganesh. Pensarci intensamente è cosa molto dolce, ma molto difficile da afferrare. L’amore è difficile e anche la devozione è ugualmente difficile. Fin quando va avanti “me, me” e “io, io”, la devozione non si svilupperà mai. Questo “me, me, mio, mio” è come il belato di una capra.
Non siete veramente preparati ad abbandonarvi in amore. Ognuno si aspetta di ricevere amore, ma nessuno sa dare veramente amore. Una moglie si aspetta amore dal marito e un marito si aspetta amore da sua moglie. Ma fino a quando ci sono aspettative non può esservi uno scambio di vero amore. Questa è una certezza. Vi garantisco che non conoscerete mai il vero amore fino a quando delle aspettative latenti sono ancora presenti. L’unico segreto del successo in amore è rinunciare all’aspettativa. Un marito si aspetta da sua moglie che sia devota, fedele, obbediente, tenera, bella, ben vestita, dolce e gentile. Che cosa voglia la moglie non lo so. Forse è un’inversione dei ruoli di dare e prendere.
Il sentimento più intimo che avete per Dio, questa relazione che viene dal profondo del vostro cuore e della vostra anima è la vera relazione. Ma può anche essere di natura diversa. Può essere una relazione come quella fra Radha e Krishna. Queste relazioni non sono assolutamente fisiche. Sono relazioni dell’anima, di fede e devozione. È la nostra fede che Dio è nostro protettore e che ascolta le nostre preghiere.

Ottobre

Ci sono tanti cammini spirituali, tanti approcci diversi, ma la destinazione è la stessa. Alcuni cammini sono tortuosi e altri sono diretti. Alcuni percorsi sono come le gallerie delle formiche ed altri sono collegamenti aerei come le traiettorie degli uccelli. Ma un percorso è il più semplice, ed è quello della bhakti. Dirigere la vostra mente verso Dio è bhakti, tutto qui. Questa è la spiegazione più semplice, dirigere la mente verso il Signore, il Creatore, Dio, il Sé Assoluto, è bhakti. Questa è la definizione fondamentale.
Nel ventunesimo secolo in cui stiamo entrando, il movimento della bhakti ci conquisterà di colpo. Lo yoga ha avuto la responsabilità di distogliere le persone dal mondo materiale verso quello trascendentale. È stato il movimento dello yoga ad accompagnare ampiamente al risveglio spirituale. Se lo yoga non fosse tornato in auge, l’umanità non si sarebbe mai rivolta alla spiritualità. Lo yoga ha portato a termine la sua missione con successo. Hatha yoga, asana, pranayama, mudra, bandha e altre pratiche yogiche si sono dimostrate estremamente utili nel portare l’umanità al sentiero di bhakti. Lo yoga è diventato il pretesto, la scusa più pratica.
Il prossimo secolo, in cui voi tutti sarete abbastanza fortunati da entrare e vivere, appartiene a kirtan e bhakti. Sarà pieno di sankirtan, il suono del sankirtan echeggerà nell’atmosfera. Rinomati cantanti e musicisti si avvicineranno al canto del kirtan, perché la dolcezza, la gioia e l’estasi derivanti dalla musica emozionale non si possono trovare altrove. Due cose saranno automaticamente servite in questo modo. Primo, la qualità della musica migliorerà. La musica che detestate, che è degenerata in qualcosa di osceno, si riformerà da sé. Secondo, chi trova molto difficile il cammino spirituale, lo troverà più facile grazie alla bhakti. Perciò, quanti fra voi sanno cantare e hanno una famiglia con dei figli e delle figlie, devono cantare kirtan. La danza, la musica e il sankirtan domineranno il prossimo secolo. Ci sarà il sankirtan metropolitano, quello da crociera, del bosco, di montagna e, naturalmente da tempio.
Nei secoli passati c’erano migliaia di forme di sankirtan, ma sfortunatamente sono andate perdute prima della vostra generazione. Il canto del nome di Dio è una scienza che questo paese ha perfezionato in migliaia di anni. Ci sono tanti modi per cantare i nomi di Dio. Come cantate il nome di Dio in una barca? Che tipo di Kirtan cantate quando siete in un bosco o sulla cima di una montagna? Come cantate il nome di Dio quando siete in un tempio o in una chiesa? Ci sono molti modi di cantare; i pionieri del sankirtan di questo secolo sono stati Mirabai, Sant Haridas e Chaitanya Mahaprabhu. Molti grandi santi hanno dato particolare rilievo al canto del nome di Dio a ritmo. I kirtan che cantate sono i nomi di Dio ripetuti in modi diversi. Lo stile del canto del kirtan differisce in base all’ora del giorno. Tutto questo verrà alla luce nel corso del tempo perché stiamo entrando nel ventunesimo secolo.

Novembre

Ho letto il Ramacharitamanas tantissime volte. Se volete sapere quante volte, dovrò consultare il mio diario. Ero solito sedermi a mezzanotte e lo finivo il giorno dopo alle quattro del mattino. Mi riposavo per un giorno e poi ricominciavo a leggere ancora tutto il libro dall’inizio alla fine, perché nella bhakti è necessario scollegare la mente dal mondo e collegarla a Dio.
Ho cercato di stabilire una connessione con Dio, ma alla fine mi sono stancato e ho pensato che con Dio potevo avere solo un tipo di relazione: “Tu sii il padrone e io sarò il servo, camminerò sulla strada dove Tu mi farai camminare. Qualunque cosa mi dirai di fare la farò. Se mi metti all’inferno sono preparato ad andarci, come pure, se vuoi mandarmi in paradiso, sono pronto ad andarci. Ho settantacinque anni, ma se mi dici di sposarmi con una ragazza di venticinque anni, lo farò senza paura. Perché? Perché tutto è tua volontà. Sia fatta la tua volontà, mio Signore”.
Il cammino della bhakti è il più facile perché in esso operate con le emozioni, la fiducia e la fede. Non è il cammino del pranayama, non è il cammino della kundalini. Non è il cammino dell’hatha yoga, del karma yoga o del jnana yoga. È il cammino dello “yoga del sé”: tutto è dentro di me. Io mobilito la mia forza di volontà e il dio dentro di me si risveglia.
Bhakti è una relazione fra Dio e il devoto. Asakti, l’attaccamento, è una relazione fra l’individuo e gli oggetti dei sensi. Qui stiamo parlando di bhakti e non di asakti.
Ho insegnato yoga per tanti, tanti anni perché il mio guru mi ha chiesto di farlo. L’ho fatto per doveroso rispetto verso il comando del mio guru, ma se volete realizzare voi stessi, se volete sintonizzarvi con frequenze superiori, con realtà superiori, con la verità ultima, allora dovete scegliere il cammino della bhakti. Ricordatevi che colui che cercate è dentro di voi. Dio come madre è dentro di voi. Dio come padre è dentro di voi. L’intero processo della puja, dell’adorazione e tutto il processo del cantare va avanti dentro di voi.
I pandit che cantano esternamente a voi sono esattamente come un sogno. I mantra sono dentro di voi, ma il punto è che non potete ricordarli. Come un cieco è tenuto per mano, allo stesso modo anch’io sto cercando di condurvi. E il punto essenziale non è all’esterno, il punto essenziale è dentro di voi. Quella verità, Dio, la madre, o il padre, o il guru che cercate fuori è dentro di voi.

Dicembre

Se intraprendete qualunque percorso dello yoga, incontrerete degli ostacoli. In tutti i diversi tipi di sadhana citati nei Veda e nei Tantra, negli Agama e Nigama, ci sono delle difficoltà. L’unico percorso di sadhana che è privo di ostacoli è quello della bhakti. Bhakti è ispirata e sostenuta da Dio stesso. Si ottiene solo con la grazia di Dio; è prasad che viene da Dio stesso. Voi giungete alla bhakti per volontà di Dio, per le sue benedizioni. Lo amate, ne siete attratti, vi attaccate a Lui solo quando vuole Lui. Perciò, quando bhakti è il suo dono, la sua volontà, come possono esserci degli ostacoli?
Vi dico per esperienza personale che il sentiero della bhakti è il migliore. È l’unico sadhana che è semplice, facile, non ingarbugliato, senza pericoli, effetti collaterali, rischi o possibilità di andare fuori strada. Con la mia personale esperienza divina sto avvalorando gli insegnamenti di tutti i saggi, le grandi anime, i muni, le scritture e i testi sacri. Non ci sono assolutamente ostacoli e difficoltà nel cammino della bhakti.
Bhakti è chiamata navadha bhakti, la devozione dai nove aspetti in cui ci sono nove passi, come archana, l’adorazione, vandana, il rendere omaggio, daasyam, il servizio, e così via. Ma ciò che intendo per bhakti è soltanto collegare la vostra mente a Dio. Quando la vostra mente è attaccata a un uomo o a una donna, questo si chiama kama, desiderio. Quando è attaccata al denaro si chiama lobha, avidità. Ma quando collegate la vostra mente a Dio, questo si chiama bhakti. Per noi bhakti non è un articolo importato; è innato, profondamente radicato nella nostra anima, è fatto in casa, “made in India”. È il nostro tratto originario, la nostra natura primordiale. Il nostro primo barlume di bhakti ci è venuto da nostra madre, poi dalla nostra famiglia sotto forma rispettivamente di attaccamento, affetto e amicizia. Poi lo abbiamo avuto sotto forma della relazione romantica. Come i dolci sono diverse forme del latte e i roti e le pagnotte sono diverse forme del grano, così tutto l’amore e l’attaccamento è una forma di bhakti. Vi consiglio di rivolgere tutti i vostri sentimenti e attaccamenti, che ora scorrono in direzioni diverse, verso un solo punto focale, Dio. Radunate insieme tutte le vostre emozioni provenienti da tutte le altre relazioni e dirigetele verso Dio.
Bhakti ammorbidisce il cuore ed elimina gelosia, odio, desiderio, ira, egoismo, superbia e arroganza. Infonde gioia, estasi divina, beatitudine, pace e conoscenza. Tutti i pensieri, le preoccupazioni e le ansie, le paure, i tormenti mentali e le tribolazioni svaniscono completamente. Il devoto è liberato dalla ruota samsarica di nascita e morte. Ottiene l’immortale dimora della pace eterna, della beatitudine e della conoscenza. L’amore per Dio è dolce come il nettare, assaporando il quale si diventa immortali. Colui che vive, si muove e ha il proprio essere in Dio diviene immortale.


 

Satsang di Swami Satyananda

Tratto da: Rihkiapeeth Blog, 10-11-12 Luglio 2010

Quando il guru e il discepolo vivono insieme, oltre agli insegnamenti impartiti dal guru, c’è una particolare shakti o energia che il guru trasmette al discepolo e che, a partire da quel momento, vive nel discepolo?

Vi sono due generi di guru e due generi di discepolo. Alcuni guru sono insegnanti e i loro discepoli sono studenti: in questo caso il procedimento utilizzato è quello dell’insegnamento. Essi insegnano hatha yoga, raja yoga, gyana yoga, Gita, ecc. e sono conosciuti come acharya.
Tuttavia, il vero modo di agire del guru è attraverso la trasmissione. Vi è un rapporto totale fra il guru e il chela (discepolo). Essi agiscono quasi allo stesso livello e alla stessa frequenza e il guru trasmette la sua energia al discepolo a livello intuitivo. Però, questo non succede con ogni discepolo e con ogni guru.
Ramakrishna Paramahamsa fu un grande realizzato dei nostri tempi. Ebbe molti discepoli che lo frequentavano e lui li istruiva riguardo a gyana, la conoscenza. Questo si chiama satsang, proprio così come io vi sto parlando in questo momento. Ma ciò che avvenne a un certo punto tra Ramakrishna e Vivekananda si chiama “trasmissione” che, nella terminologia vedica e in quella yogica e tantrica, è nota come shaktipath.
Shaktipath è il trasferimento dell’energia interiore del guru al di-scepolo ma, come ho detto, ciò non succede fra ogni guru e ogni di-scepolo. Ramakrishna lo fece soltanto con Vivekananda.

Anche quando vi è una trasmissione di shaktipath da un guru ad un discepolo è necessario che il discepolo migliori la propria qualità in modo che possa diventare un buon conduttore dell’energia spiri-tuale del guru. Il discepolo perfetto è colui che abbandona il proprio ego. L’abbandono di buddhi o l’abbandono dell’emozione non rap-presentano l’arresa finale.
Voi amate il vostro guru - e questo va bene - e decidete: “Va bene, da oggi mi abbandonerò”, ma questo non è l’abbandono finale. Buddhi non è l’ultimo elemento della vita spirituale. Buddhi è una crosta, quella dell’intelletto. Anche le emozioni, la vostra bhakti, sono soltanto una parte di quella crosta. Potete piangere dietro al vostro guru: “Guru, dove sei andato? Io languisco per te. Non posso vivere senza di te. Ti prego, vieni”. Questa è emozione, ma non è l’abbandono definitivo.
Vi è comunque un aspetto molto difficile da gestire ed è quello dell’Io: e quell’Io è talvolta tanto sottile. Swami Shivananda diceva che anche il processo della rinuncia può diventare una base per l’ego. Talvolta siete molto umili, i più umili fra gli umili, pronti a servire tutti senza alcuna distinzione. Anche questa umiltà può diventare una base per l’ego.
Il sannyasa, la compassione, la pietà, la carità, “io non sono nulla, mio Signore”, possono tutti diventare una base dell’ego. Nell’uomo esso è una tale forza che, come un demonio, può assumere migliaia di forme.
Come possiamo liberarci dall’ego? Perfezionando l’essere disce-poli. Il perfezionamento dell’essere discepoli è anche il perfeziona-mento del sadhana.
Vi sono molte belle storie nelle Upanishad, nei Purana e in altri libri antichi in cui i discepoli erano messi alla prova in varie maniere. Molti di loro si accorsero che non erano all’altezza della situazione mentre alcuni discepoli ebbero successo.
Quando il sale o lo zucchero sono mescolati all’acqua la dualità cessa. Essi diventano una sola cosa e non vi è più un’identità separa-ta. Questo deve essere il rapporto fra Dio e il devoto e fra il guru e il suo discepolo.

Come si esprime il rapporto fra il guru e il discepolo e come può il discepolo aiutare la missione del guru?

In termini di ordinarie relazioni umane è molto difficile dire quale sia la forma del rapporto fra il guru e il discepolo ma ognuno, in base alla sua evoluzione, può manifestare qualche tipo di devozione, di rapporto fra sé come discepolo e il guru. Alcuni considerano il guru come se fosse loro padre o loro madre, alcuni come se fosse un essere divino superiore, alcuni come la persona più cara, alcuni soltanto come un insegnante delle scienze superiori. Vi sto sem-plicemente elencando degli esempi ma ce ne sarebbero anche altri.
Penso che, in base all’evoluzione del discepolo, sia possibile qualsiasi genere di relazione con il guru. Tuttavia vi è una cosa molto importante in questa relazione: che la relazione sia divina o basata sull’esperienza pratica, deve riuscire a consumare la vostra mente. Se il rapporto con il guru non riesce a scrostare la dualità dalla vostra mente, allora è imperfetto. Avrete visto che, durante la stagione delle piogge, quando arde la lampada, le falene vanno con grande forza verso la sua luce e vi muoiono. È necessario che il rapporto con il guru sia altrettanto profondo e intenso. Se fra il guru e il discepolo si stabilisce questo genere di relazione, allora essa funge da grande catalizzatore.
Il vero guru è dentro di voi: egli è noto come sat-guru. Posso par-lare di lui e voi potete ascoltare ma non lo conoscerete in questo modo. Il guru interiore è molto oltre la nostra portata. Non potete raggiungerlo intellettualmente. Anche se credete molto in lui, non potete raggiungerlo poiché il guru interiore non è un soggetto che riguarda la mente e la comprensione esteriore.
Il guru esteriore agisce da catalizzatore e fa esplodere l’esperienza del guru interiore. La dualità dovrebbe scomparire. Il guru interiore non si manifesta se la dualità non scompare. Cos’è la dualità? Dovete capire anche questo. La dualità si ha quando la percezione e colui che percepisce sono visti come due cose separate. Nella dualità vi è sempre un soggetto ed un oggetto. C’è dualità nei sogni poiché siete voi lo spettatore del sogno. Nella vita esteriore, nella vita quotidiana, vi è sempre dualità poiché siete voi che sperimentate e il mondo è l’esperienza. Quando il vostro rapporto con il guru diventa molto intenso, per un po’ di tempo potete dimenticare la dualità.
Quando la dualità inizia a scomparire per un po’ di tempo, anche se solo per un breve periodo, vi è una sorta di squilibrio. Quando be-vete un po’ troppo alcol o prendete qualche droga come la marijuana capite che c’è un certo squilibrio. Lo squilibrio prodotto dall’intenso rapporto fra voi e il vostro guru è differente, ma può essere sentito da ogni vero discepolo.
Questo squilibrio che un vero discepolo sperimenta è uno squili-brio filosofico oppure, talvolta, è uno squilibrio che riguarda il vostro rapporto con le altre persone o con gli oggetti della vita quotidiana. Talvolta ci sono dei piccoli problemi con la famiglia, talvolta con le precedenti credenze o con gli attaccamenti - ma tutto questo è temporaneo. Questo squilibrio sarà corretto.
Spesso questo fatto crea grande preoccupazione nella vita del di-scepolo, poiché egli ha una sola mente. Quando date tutta la mente al guru avete delle difficoltà a relazionarvi con gli altri. C’è molta dissipazione mentale se date un po’ della mente al guru, un po’ al lavoro, un po’ agli amici e alle persone che amate. Nella vita comune possiamo mantenere questo equilibrio. Amate i vostri figli, il marito o la moglie e date loro amore; siete in relazione con gli amici, con il lavoro e con la professione, ma questo equilibrio talvolta si perde a causa dell’intensità del rapporto fra il guru e il discepolo.
Il discepolo non deve fare niente per il suo guru. L’unica cosa che deve compiere è di perfezionare l’amore e la devozione per lui. Con una connessione di questo genere, qualunque cosa faccia per il guru diventa un atto di devozione. È così: quando una madre cucina un pasto per il proprio bambino è un atto d’amore per suo figlio. Allo stesso modo, anche quando il discepolo lavora in qualsiasi forma per il guru è un atto di devozione o bhakti. Esistono delle azioni egoistiche e delle azioni disinteressate. Nel mondo tutte le vostre azioni sono orientate verso voi stessi ma le azioni svolte per il guru non lo sono: sono orientate verso la devozione e la dedizione. Quando lavorate per la famiglia e per gli amici vi è un oggetto, vi è un obiettivo e alla base vi è un’idea, ma lavorare per il guru è una sorta di karma yoga. In effetti, questo è un argomento molto delicato poiché spesso i discepoli diventano dei missionari e così si perde il vero obiettivo. L’obiettivo è la dedizione della vostra emozione.

È necessario avere un guru per raggiungere la realizzazione del sé oppure è possibile che una persona guidi se stessa prendendo indicazioni dal suo ambiente, per esempio dai libri, ecc.? Cos’è un guru?

Per imparare qualsiasi scienza è necessario un insegnante. Lo yoga è una scienza. Anche la realizzazione del sé è una scienza, pertanto è necessario un insegnante. Ma l’insegnante non è un precettore: deve essere un guru. Per sperimentare la realizzazione del sé bisogna aprire le porte della consapevolezza interiore. Se praticate lo yoga, la meditazione e altri sadhana con l’aiuto di libri potete fare molte buone esperienze e, se siete dotati di intuizione e di una mente chiara, potete andare lontano nella vita spirituale. Tuttavia non tutti sono dotati di intuizione. Le persone hanno le proprie limitazioni emotive e intellettuali. Quindi, avere un guru che vi guida lungo il sentiero della consapevolezza del sé o realizzazione del sé è più sicuro. Questo punto è chiaro. Percorrere l’intero sentiero da soli è possibile soltanto per pochi eletti ma non per tutti. E se facciamo l’errore di dire alle persone che possono fare a meno di un guru, allora staremo incoraggiando una sorta di rischio.
Mentre percorrete questo sentiero, la coscienza cambia e cambiano anche le esperienze. Talvolta iniziate ad avere dei cambiamenti nella qualità della percezione e, in questi momenti, non sapete cosa fare. Non sapete se state impazzendo, se state perdendo voi stessi o se è giusto ciò che fate. Potreste spaventarvi molto. Questo non si riferisce soltanto alla vita spirituale. Anche se prendeste delle droghe pesanti potreste avere dei cambiamenti nella coscienza e non sapere cosa fare. A chi vi rivolgereste per una risposta giusta se, praticando la meditazione o qualche altro sadhana, cambiasse l’esperienza o cambiasse la consapevolezza e percepiste qualcosa di insolito?
Ora, veniamo a un altro punto. Il guru non è una realtà esteriore - questa è la verità. Il guru è una realtà interiore. L’essere illuminato è in ognuno. Anche voi l’avete ma è oltre la comunicazione. Come po-tete contattare quell’essere illuminato che dimora dentro di voi? Quell’essere illuminato, quel guru, è la realtà trascendentale; la vostra è la consapevolezza mondana e non c’è alcuna comunicazione fra le due cose. Per poter realizzare quella guida interiore (il guru interiore) occorre un guru esteriore. È una legge semplice: per far esplodere una bomba occorre un detonatore. Senza di esso non potete fare niente. Avete una cartuccia ma non potete utilizzarla. Occorre mettere la cartuccia in un fucile e poi potrà esplodere. Allo stesso modo deve manifestarsi il guru interiore. Ogni tanto la manifestazione del guru interiore può avere luogo spontaneamente nelle persone intuitive ma, nella maggioranza delle persone, questo non è possibile. Hanno bisogno di un guru esteriore che possa aiutarle.
Il significato letterale di guru non è “insegnante” o “precettore”. È una parola sanscrita che letteralmente significa “colui che disperde l’oscurità”. Proprio come portando una luce in una stanza l’oscurità viene dispersa e tutto nella stanza è illuminato, allo stesso modo dentro di voi, nella vostra vita interiore, vi sono molte cose che non riuscite a vedere perché c’è una completa oscurità. Al massimo, con un po’ di meditazione, potreste avere qualche visione, ma non tanto di più. Questo è molto rudimentale. Talvolta i ragazzi prendono delle droghe e fanno molte esperienze ma questo non è niente. Gratta semplicemente la superficie della coscienza. Tutte le esperienze di cui sentiamo parlare riguardo alle droghe, oppure raggiunte attraverso questa o quella meditazione, grattano soltanto la crosta superficiale.
Così come potete leggere nelle Upanishad, nei libri sul nada yoga e in altri testi, le esperienze interiori sono fantastiche. Queste esperienze sono in relazione con la realizzazione, con i regni invisibili dell’universo, con la vera vita spirituale. Non sono l’espressione della vostra mente subconscia. Per poter illuminare quelle esperienze occorre della luce: la luce interiore.
Cos’è la luce interiore? Vi è una luce esteriore ed una luce interiore. La luce esteriore è la luce della mente e con quella riuscite a percepire gli oggetti esteriori ed il loro significato. Alcune persone hanno meno luce, alcune ne hanno di più. Coloro che hanno meno luce hanno delle percezioni offuscate e coloro che hanno una luce brillante hanno delle percezioni migliori. Possono rapportarsi alla natura, agli oggetti, alla musica, alle persone e a molte altre cose intorno a loro. Questo avviene attraverso la luce esteriore chiamata “mente”. Allo stesso modo avete una luce interiore che non ha nulla a che vedere con la mente ma che è in rapporto con l’intuizione. In sanscrito è chiamata atma, la luce del Sé.
È con la luce del Sé, dell’atma, dell’intuizione, che sono percepite la conoscenza e le esperienze interiori. Quella luce interiore è nota come guru. Questo è il senso letterale. Così io non sono il vostro guru, lui non è il vostro guru, nessuno di voi può diventare il guru di qualcuno ma potete diventare il detonatore del guru. Io posso aiutarvi ad esprimere il vostro guru interiore. Avete bisogno di me per realizzare quel guru interiore. Noi chiamiamo “guru” la guida esteriore perché non siamo in grado di vedere la luce interiore. Così dobbiamo utilizzare due termini: guru e satguru. La parola guru si utilizza per indicare la persona esteriore e la parola satguru si utilizza per la guida interiore. Quindi gli aspiranti sinceri, i ricercatori sul sentiero spirituale, devono ricordarsi che il satguru è dentro loro stessi ma che, con la mente esteriore, non possono avere nessuna comunicazione con esso. Così hanno bisogno di un guru e quel guru li aiuterà a realizzare la luce o guida interiore. 

 


 

Il Ruolo del Guru

Tratto da: Rihkiapeeth Blog, 19-20-21-26 Luglio 2010

Prima Parte

Samarpan è un’esperienza intangibile che nasce dal profondo dell’essere quando, a un certo punto della evoluzione, la persona vuole perdersi in qualche cosa di più ampio. Molte persone, nel cercare di afferrare questa fugace esperienza, tentano di immergersi nella natura, nella poesia o in Dio, eppure spesso gli sfugge. È essenziale capire che arrivare a questa fase significa la fine di un viaggio e l’inizio di un nuovo percorso. C’è stato un barlume ma la completa esperienza deve ancora arrivare.
Qui il guru ha un ruolo importante. Egli è la manifestazione tangibile dell’innato desiderio dell’aspirante di abbandonarsi a una realtà superiore. L’intensità dei sentimenti dell’aspirante lo porta dal guru, poiché la pienezza dell’abbandono è raramente raggiunta senza la guida illuminante di un essere superiore.
La maggioranza degli aspiranti che arriva presso un guru porta perciò una scintilla di samarpan nel cuore. Tuttavia, man mano che il rapporto con il guru diventa sempre più stretto e che le mani esperte del guru cesellano la sua personalità, l’aspirante si rende conto di quanto fosse fragile il suo abbandono, quanto rigida fosse la mente, quanto insidioso l’ego e quanto il guru sia di vitale importanza. L’abbandono a Dio è, tuttalpiù, un’idea per un neofita spirituale ma, alla presenza del guru, esso diventa un’esperienza vivente, sebbene non sia necessariamente un’esperienza facile.

Chi è il guru?
Il guru è colui che guida sistematicamente la vita del discepolo, colui che governa la barca. Per imparare ad abbandonarsi a Dio occorre prima avere un guru. Occorre prima praticare l’abbandono con il guru poiché senza la grazia del guru non è affatto facile scoprire il sentiero dell’abbandono. È necessario avere quella connessione attraverso cui può scorrere la grazia. Senza una connessione vivente, senza un guru, è molto difficile connettersi con la sottile Realtà Suprema e ricevere la Sua grazia. Il rapporto del discepolo con il guru è la prova della sincerità e della devozione del discepolo. Sottomettendosi, però, il discepolo non butta via la sua personalità ma offre piuttosto il suo sé limitato a colui che lo trasformerà nel Sé infinito. Da quel momento in poi interviene Dio stesso.
All’inizio il guru e il discepolo sono due estranei, ma il discepolo trova la fede nel guru. Prima pratica l’arresa e il credere fermamente nel guru e infine in Dio. Attraverso il guru egli comincia a imparare l’ABC dell’abbandono e lo sviluppa con una continua pratica. Vede in questa fede l’ombra, il riflesso e lo splendore di Dio. La persona vede Dio quando, attraverso la pratica, la fede diventa forte, chiara e divina e quando è generata attraverso una mente e un cuore puro. Al-lora Dio, che fu definito in vari modi dalle altre persone, diventa manifesto. Nel Guru Stotram si afferma:

Gururbrahma gururvishnuh gururdevo maheshwarah.
Il guru è Brahma, il guru è Vishnu e il guru è Shiva.

Il guru è Brahma perché, per il discepolo, crea un nuovo mondo meraviglioso; egli è Vishnu perché lo sostiene e lo protegge; egli è Shiva perché annienta il mondo dell’individualità. Tutti i grandi santi hanno sottolineato la necessità di un guru. Nel Ramacharitamanas è anche detto che nessuno può attraversare l’oceano del samsara senza l’aiuto del guru, neanche se egli è Brahma o Shiva.
Il guru rappresenta due realtà: l’insegnante e l’Essenza che permea tutto. Il guru è sia l’insegnante sia l’essere che dimora nel cuore del discepolo. Come insegnante può insegnare e, come colui che dimora nel cuore, guida i vari passaggi dell’evoluzione e della realizzazione spirituale del discepolo. Un vero rapporto fra guru e discepolo è un’esperienza dell’unione con lo spirito interiore che fa sì che la persona vada sempre più profondamente dentro se stessa e si avvicini sempre più a Dio. È un’esperienza che reca un immenso stupore.
Da un punto di vista pratico il guru ha la qualifica necessaria per dire al discepolo come praticare l’arresa poiché anche lui è passato attraverso l’intero procedimento. Deve esserci stato un tempo in cui egli era affetto dall’agitazione mentale, in cui doveva far fronte a dei conflitti ed era attratto dalle passioni della vita. In base a come ha gestito e superato le varie situazioni, riuscirà a guidare i discepoli attraverso le loro esperienze mentali ed emotive. È evidente che è molto più prudente cercare l’aiuto di una persona che sia già passata attraverso la stessa nostra esperienza e che l’abbia saputa dominare.

Seconda Parte

Come fa il guru ad apportare samarpan?
Non è possibile conoscere il livello della propria coscienza e i difetti che sono dentro di noi. Possiamo tentare di correggere i difetti sociali e mentali ma vi sono dei difetti che sono profondamente radicati dentro la personalità. Perciò spesso il guru esegue un’operazione sul discepolo nota come “egotomia”, che consiste nell’asportazione dell’ego. Questa operazione è talmente difficile che molti discepoli non riescono a sopportarla. Se però riesce, essi raggiungono l’obiettivo. L’operazione chirurgica sull’ego può essere raggiunta attraverso l’abbandono a Dio, ma Dio è veramente troppo buono. Il guru è una persona molto dura. Conosce il suo dovere. Sa come ogni singolo individuo dovrebbe vivere, pensare e agire. Fa di tutto per polverizzare l’ego del discepolo. È possibile che, se non si diventa discepolo, questo fatto rimanga difficile da capire. L’ego è la barriera fra l’individuo e il divino, fra il discepolo e il guru. È un osso molto duro. Talvolta l’io è molto sottile. È a causa dell’ego che l’abbandono diventa difficile. Più è grande l’ego e meno c’è ricettività. Man mano che l’ego diventa più sottile, la ricettività di-venta maggiore.
L’ego del discepolo viene cancellato attraverso il servizio inces-sante al guru. Il discepolo non pensa più: “Sono venuto dal mio guru per la realizzazione del sé e lui mi tiene soltanto per pulire i gabinetti! In me ha trovato un servo non retribuito”. Il guru crea le condizioni perché il discepolo possa purificarsi. Dà anche un sadhana che possa aiutare il processo. Con l’andare del tempo l’ego del discepolo viene gradualmente dominato e l’abbandono ha luogo in modo spontaneo. Le anomalie e tutti i modi di essere mondani terminano. La corrente esteriore si spegne e si accende la luce interiore.
Vi è un risveglio che arriva soltanto quando la persona ha completamente deposto le armi. La resa del discepolo al guru non è come la resa di un servo o di un prigioniero di guerra ma, una volta che il discepolo si è arreso, lo sa e dice: “Prendi la mia vita e fa’ ciò che vuoi”. Il vero guru non porta il discepolo ad abbandonare il mondo ma il suo sé limitato, il velo d’ignoranza appeso tra il suo ego e la realtà che tutto pervade.
Il guru mette anche continuamente alla prova la sincerità e la de-vozione del discepolo poiché deve assicurarsi che, in un momento qualsiasi, la mente del discepolo non oscilli. È molto importante che il guru riesca a gestire il discepolo senza alcuna difficoltà. Se, a un livello intellettuale comune, il discepolo non risponde alle istruzioni, ai suggerimenti e all’ispirazione del guru, come potrebbe il guru guidarlo verso i regni superiori? Il guru dovrebbe riuscire a influenzare e a dirigere la mente del suo discepolo, il suo pensiero conscio, in qualsiasi direzione: a destra, a sinistra, giù nel fosso, su verso le montagne, nel fuoco e nell’acqua.
A questo fine il guru dà vari esercizi al discepolo per controllare se la sua consapevolezza sta rispondendo e quanto è progredito sul sentiero dell’abbandono. I discepoli realizzano la qualità della loro fede soltanto quando il guru li espone a certe difficili prove. Questo è vero in modo particolare riguardo ai discepoli Sannyasin che vivono con lui, che hanno un rapporto totale con lui. A un dato momento, durante il loro soggiorno, essi vengono messi alla prova. In quel momento è promosso il discepolo la cui fede non si spezza. Il guru gli dona qualcosa sotto forma di un premio. Si chiama guru kripa, la grazia del guru.
Un insegnante, un acharya, può aiutare a imparare le asana, il pranayama e delle semplici pratiche di meditazione ma un tale maestro ha delle limitazioni. Soltanto il guru, che è privo di limitazioni, sa come guidare gli ignoranti e i ciechi sul sentiero della realizzazione del sé attraverso l’apertura del loro terzo occhio. Il discepolo potrebbe essere accademicamente intelligente, potrebbe avere le facoltà più elevate ed immense ricchezze ma, a causa del velo dell’illusione e dell’ignoranza, di maya o avidya, i suoi occhi spirituali non sono ancora aperti. Soltanto il guru può aiutarlo a sviluppare la vista interiore. La purificazione di se stessi e la dissoluzione karmica hanno inizio con il servizio al guru. Il discepolo può portare avanti il sadhana soltanto a dei livelli consci, mentre è il guru che lo aiuta nell’inconscio. Egli apre la porta chiusa al discepolo rendendo così possibile il risveglio del sé. Man mano che il discepolo sviluppa il suo rapporto con il guru - un rapporto basato su bhakti e su shraddha, la devozione e la fede - un risveglio inizia ad avere luogo dentro di lui. Il guru esteriore aiuta a risvegliare il guru interiore. Agisce come un detonatore che fa esplodere interiormente il guru tattwa.
Quando inizia il risveglio, ha luogo una trasformazione nella struttura della mente e della coscienza. Non è solamente un cambiamento ma una completa metamorfosi simile a quella di un cane se diventasse un cavallo. La mente diventa interamente differente. La struttura del modo di pensare attraversa una completa trasformazione nella qualità, nella forma, nelle valutazioni e nei valori. Allo stesso tempo la percezione o cognizione interiore diventa molto sottile. La persona riesce a comprendere l’essenza sottile. È in questo stato illuminato dell’esistenza che arrivano delle rivelazione e delle ispirazioni e che un sentiero chiaro e nitido si svela davanti a noi. Ci si rende conto di ciò che occorre fare. Se la Natura ha scelto qualcuno per diventare un Cristo, per guidare e guarire centinaia di persone, quella persona lo farà. Questo è il momento in cui il discepolo diventa un mezzo, uno strumento del processo cosmico.

Terza Parte

Che cosa deve fare il discepolo?
Ci sono tre tipi di discepolo e il guru li destina a scopi diversi. Vi sono i discepoli che sono persone di famiglia, i discepoli sannyasin o dell’ordine monastico e i discepoli interiori. Per ogni tipo di discepolo l’abbandono ha luogo in una diversa dimensione. Per il discepolo che vive come persona di famiglia è sufficiente che l’abbandono avvenga attraverso la devozione. Non deve cedere il lavoro, la famiglia e i figli al guru ma deve offrire una sincera devozione in modo che il guru possa aiutarlo a trovare la pace mentale e la giusta comprensione.
Il discepolo monastico deve cedere i suoi desideri e le ambizioni mondane in modo che, quando lascia la vita monastica, tutta la sua personalità sia trasformata. Poi potrà diventare un eccellente messaggero degli insegnamenti del guru.
La terza categoria di discepolo, il discepolo intimo, deve cedere tutto. Tali discepoli sono molto rari, non sono mai tanti, e il guru li sceglie per sé. Questo discepolo viene prima messo alla prova, e sol-tanto coloro che si mostrano degni sono accolti. Questi discepoli of-frono tutto.
Per ogni tipo di discepolo l’unica, indispensabile qualificazione è quella di realizzare immediatamente e spontaneamente i comandi del guru. L’atteggiamento dovrebbe essere come se un potere ignoto ed invisibile lo obbligasse ad intraprendere il compito. Non dovrebbe mai pensare a come sarà possibile completare il compito. Il discepolo che tenta di valutare la sua competenza prima di intraprendere un compito perde l’occasione per utilizzare i suoi poteri nascosti. Per questo motivo il discepolo dovrebbe realizzare i comandi senza pensarci su due volte. Questo si mostrerà come un grande dono, poiché egli potrà così entrare nei regni sottili della coscienza. Se acquisisce questa buona qualità in questa sfera allora anche nella prossima sfera accadrà la stessa cosa. Se la coscienza ordinaria del discepolo è colorata dall’opposizione ai comandi del guru, allora troverà difficoltà ad andare oltre il piano di quella coscienza.
Ci sono due condizioni necessarie per potersi abbandonare. La prima è la fede nel fatto che sarà possibile arrendersi e abbandonarsi e la seconda è la consapevolezza seguente: “Il mio guru è dentro di me”. Per raggiungere queste cose potrebbe essere necessario rompere gli schemi già esistenti nella mente. Questo è il primo passo verso samarpan. Bisogna riuscire a superare l’abitudine a farsi assorbire dai problemi immaginari che la mente ha imposto su se stessa, che siano delle nevrosi, delle psicosi, la schizofrenia, frustrazioni o delusioni. La fede permette che ciò succeda. Essa risolve molti problemi attinenti alla mente, in modo che la persona possa procedere verso l’esperienza della verità innata. Per arrivarci, però, bisogna prima accettare se stessi. Bisogna arrivare a un punto in cui si possa dire: “Non posso fare nulla, non posso rinunciare, non posso controllare la mente. La mia mente è piena di pensieri terribili e ho delle cattive abitudini!”. Una tale accettazione è umiltà e con essa ha inizio il processo di rendere vuoti se stessi.
Il discepolo di un guru o un devoto di Dio deve essere umile come un filo d’erba, privo di ego e completamente remissivo, come se non esistesse, come se fosse un flauto. Con un pezzo vuoto di bambù è possibile fare un flauto, ma solo se è privo di nodi potrà produrre una dolce melodia. Fintanto che esisterà l’individuo, il guru non potrà essere in lui. Per permettere al guru di operare attraverso di lui, il discepolo deve vuotare se stesso.
L’unica pratica o sadhana che un discepolo deve intraprendere è quella di vuotare se stesso: “Io non esisto davanti a te. Non posso pensare. Tu pensi attraverso di me. Io lascio la scelta della mia vita tra le tue mani”. Bisogna praticare questo stato d’animo. Dopo tutto, per quanto tempo può tenere la testa alta una persona se è piena di arroganza e di ignoranza, di conflitti e di dualità? Squarciare questa dualità potrebbe richiedere molte vite. Forse il proprio guru non è abbastanza grande. Potrebbe essere un uomo comune ma le cose succedono quando il discepolo svuota se stesso e si abbandona completamente con umiltà e obbedienza. Se la persona abbandona il suo ego agli altri, a persone mondane, è possibile che venga sfruttata e distrutta. Ma se abbandona l’ego a una persona che è compassionevole e benevola, la vita cambia. Questa persona è il proprio guru; colui nel quale bisogna porre una completa fiducia.

L’abbandono nel sannyasa
La preparazione più importante per prendere il Sannyasa è la dispo-nibilità a dedicare completamente se stessi. Il Sannyasin è una persona che si è dedicata, che si è arresa e ha donato tutto ciò che ha e non fa uso di alcuna cosa per se stessa. Il giorno in cui prende il voto di sannyasa, prende il voto di essere un fiduciario. Sannyasa non significa semplicemente “rinuncia”. Significa “essere un fiduciario”. Un sannyasin è semplicemente un fiduciario del suo corpo, della sua mente, delle sue capacità, della sua conoscenza e del suo denaro. Queste cose non gli appartengono e devono essere offerte al guru per la realizzazione della sua missione. Allora il sannyasin diventa strumento del guru.
Fintanto che il sannyasin mantiene l’atteggiamento: “Io sono il fautore”, “Io faccio”, oppure “Io devo fare”, egli opera sul piano della dualità, dell’ego, ahamkara. Opera con una filosofia limitata e con dei concetti limitati. Molti sannyasin falliscono nel riuscire ad abbandonarsi poiché è rimasta incompleta la loro istruzione primaria nel sannyasa.
L’obiettivo di prendere il sannyasa dovrebbe essere quello di rea-lizzare, attraverso l’esperienza, la propria natura infinita e di gettar via l’idea e l’esperienza delle limitazioni. Tutte le risorse della persona, i poteri mentali e le capacità emotive dovranno essere governati in modo che si incanalino verso la realizzazione di quell’obbiettivo. Il sannyasin deve cedere tutto ciò che ha al fine di realizzare questa risoluzione. La sua vita non ha nessun altro obiettivo. Una volta che il sannyasin ha raggiunto questo particolare obiettivo, arriva a capire ciò che deve fare come missione per il bene dell’umanità. Il proposito di una sua missione non deve essere la prima idea di un sannyasin e gli aspiranti non devono perdere di vista questo punto.
Quarta Parte

Il samarpan nel rapporto fra guru e discepolo

Vi sono due importanti momenti di cedimento e di abbandono nella vita umana. Uno è quando la persona si abbandona agli istinti inferiori, alle proprie tentazioni e ai capricci della mente. Questo è il genere comune di cedimento e di abbandono che la maggior parte delle persone mette in atto. Alcune persone hanno paura di abbando-nare il proprio ego perché temono di perdere la loro individualità. Evidentemente non sono consapevoli del fatto che nella vita abban-donano l’ego in tante altre maniere. L’altro momento di abbandono è quello dell’abbandono al guru, l’essenza interiore. Il vero discepolo abbandona tutto al guru: le emozioni, il cervello, l’intellettualità, le buone e le cattive azioni, l’ego, la vanità, il passato, il presente e il futuro, le paure e le passioni. Nulla appartiene al discepolo. Egli dà tutto se stesso al guru.
I risultati del primo genere di abbandono sono il dolore, la soffe-renza e la frustrazione. Il risultato del secondo tipo di abbandono è ananda, la beatitudine. Il devoto inizia a sentire di non essere più so-lo. Vi è qualcuno che ha un grande amore per lui: un amore che non è su una base temporanea ma è eterno. Così la persona inizia a sentire che le due cose - il guru e il discepolo - sono, in qualche modo, una sola cosa. Questa realizzazione di unità è la conseguenza dell’arresa del discepolo al guru. Perdere se stesso in questo modo non è come la morte ma significa oltrepassare la soglia verso un’esperienza superiore.
Dove si uniscono il guru e il discepolo? Non su un piano fisico, emotivo o mentale ma nella più assoluta oscurità, quando tutto è consumato, nella camera più interiore, dove tutto è morto. Là non si sente alcun suono né si vede alcuna forma né visione. La persona è consapevole unicamente del guru che splende come una luce sublime. In questo modo il guru e il discepolo devono comunicare fra loro ed è per questo motivo che bisogna annientare l’ego del discepolo.
Quando il sale o lo zucchero si mescolano con l’acqua, la dualità cessa. Non vi è più un’identità separata. La relazione fra Dio e il de-voto e fra il guru e il discepolo deve essere così. Questo è possibile soltanto quando, fra loro, esiste una perfetta comunione sul piano spirituale. Il corpo, la mente e le emozioni sono provvisori. Lo spirito è eterno e il rapporto con il guru dovrebbe basarsi sullo spirito. Se esiste qualcosa fra il discepolo e il guru è a livello spirituale e non tra il corpo o la mente. Non è un rapporto fisico, mentale o emotivo. All’inizio il rapporto si stabilisce su delle basi emotive perché le persone appartengono al piano emotivo. Tuttavia il discepolo deve uscire dal rapporto emotivo, altrimenti si perdono la sobrietà, la tranquillità, la stabilità e l’omogeneità della mente.
La coscienza individuale del discepolo e quella del guru devono fondersi insieme. Questo significa che, qualunque cosa stia facendo, qualunque cosa stia pensando o sentendo, egli riesce a dimenticare il mondo intero ad eccezione del guru che è sempre con lui. Questa è la comunione sul piano spirituale. Quando chiude gli occhi, la persona vede il guru. Quando pulisce il gabinetto, sente che il guru è accanto a lui. Quando programma un lavoro, il guru è presente nel pensiero. Bisogna avere questo advaita bhava, il sentimento di unità, con il guru.
L’obiettivo stesso del rapporto fra guru e discepolo è quello di connettersi su un piano universale, di riuscire a comunicare l’uno con l’altro. Perché questo possa succedere è necessario che il discepolo metta in correlazione la propria frequenza mentale con quella del guru. La mente individuale è soltanto un concetto. Non è nulla. Non vi è nessuna mente individuale - soltanto una mente universale. La mente universale riesce a unirsi con ogni mente in ogni momento e in ogni luogo. Non è un fatto di trasmissione ma di comunione e inter-unione. I guru hanno sviluppato la mente universale, così possono operare ovunque. Ogni individuo è una parte della mente universale e, quando riesce a togliere l’ego - la barriera fra lui e il guru, fra lui e Dio, fra l’individuo e la sua essenza interiore - allora il guru può comunicare con lui da qualunque luogo, poiché i due hanno una stessa mente. Occorre capire questo in modo corretto. Richiede un’infinita pazienza da parte del guru e un’infinita pazienza da parte del discepolo. Se la persona non ha una grande fede, comprensione e una sorta di illuminazione dentro se stessa, non è possibile stabilire la comunione.
Il rapporto fra guru e discepolo è stabilito attraverso la fede. Senza la fede non vi è nessun rapporto. Il guru è il riflesso della fede del discepolo. Se la fede del discepolo diminuisce, minore sarà quella che vedrà riflessa nel guru. Quindi, per un discepolo ordinario, il guru ha sempre il ruolo di una madre gentile ma che mostra la sua vera natura soltanto a quei discepoli che hanno fede poiché essi sono composti di un materiale diverso e possono sopportare l’affilato cesello che, da un pezzo di legno grezzo, scolpisce una forma bellissima.
È per riaffermare la fede insita nella propria natura che si sottolinea l’importanza del rapporto fra guru e discepolo. Questo rapporto è necessario per realizzare l’aspetto sublime della vita, seppure sia così difficile da mantenere. La maggioranza dei discepoli restano alcuni anni con il guru, fino a quando trovano in lui qualche difetto, e poi decidono che non è lui il guru adatto per loro. Questa crisi si verifica nella vita di un discepolo quando manca la fede. Se la fede nel guru è forte, allora il riflesso del guru sarà molto forte. La personalità del guru è l’immagine che rispecchia la fede del discepolo. Anche Mirabai ha detto:

Ora mi sono innamorata dei piedi del guru.
Non voglio altro se non il riparo dei suoi sacri piedi.
Ora il mondo illusorio è diventato un sogno.
Per me si è prosciugato l’oceano del mondo.
Nell’attraversarlo non vi è più angoscia.
Il Signore di Mira è l’astuto Krishna,
E lei spera soltanto nel rifugio nel guru.

Se la fede del discepolo è irremovibile e crede con forza e profondità, la personalità del guru lo abbaglierà. La fede può essere protetta e sviluppata se si mantiene con il guru un rapporto saldo, intimo e indivisibile. Essi vivono per lungo tempo vicini l’uno all’altro, fino a quando il discepolo trascende le barriere del corpo e della mente, fino a quando il discepolo trascende la natura della materia e riesce a comunicare con il guru a un livello interiore. Egli sviluppa, su un piano spirituale, un’intensa consapevolezza, una consapevolezza totale e non duale del guru. Con l’esperienza di samarpan, nel rapporto fra il guru e il discepolo, la sfera inferiore della mente è paralizzata in modo che la sfera superiore possa diventare sensibile. Quando questo succede, il guru sente di essere una sola cosa con il discepolo e non vede alcuna differenza.
Nella vita spirituale la conoscenza trascendentale viene impartita soltanto ad un discepolo la cui mente abbia perso ogni traccia di sensibilità inferiore e mondana e che non sia ricettiva ad impulsi inferiori ma aperta soltanto a quelli superiori. Quando è in profonda meditazione, il discepolo inizia a udire nell’inconscio le istruzioni del guru. Così il guru lo porta oltre il vicolo cieco del vuoto nel quale il discepolo è bloccato e gli mostra la luce eterna. Il guru permea completamente la coscienza del discepolo, anche se questo non lo vuole, poiché anche il guru ama il discepolo. Quando un guru ama il suo discepolo, ne è sempre consapevole, pensa sempre a lui e soffre di una sorte di nevrosi da discepolo. Quando il discepolo ama il guru a tal punto che non riesce a pensare ad altro, ha una nevrosi da guru. Questa è la prima e ultima cosa richiesta per raggiungere samarpan. È la forma più forte di shakti. Questa consapevolezza è amore ed è un anello di congiunzione molto potente.


 

Hatha Yoga Pradipika

Tratto da: Sw. Muktibhodhananda Saraswati, “Hatha Yoga Pradipika”, Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

Capitolo 1: Asana

Verso 12 (continuazione)

L’ambiente gioca un ruolo importante nell’influenzare i risultati del sadhana. Se il sadhana è praticato in un’atmosfera disturbante e in mezzo a vibrazioni negative, viene dissipata troppa energia cercando semplicemente di superare le influenze negative. Il corpo e la mente sono molto vulnerabili dalla negatività ed è molto più facile cadere sotto l’influenza delle vibrazioni negative che sollevarsi sopra di esse. Un ambiente positivo in se stesso carica con energia, ispirazione e volontà di lottare per la ricerca dell’illuminazione spirituale. Tra persone che sono motivate principalmente dall’ambizione e che, avide di ricchezza e potere, vi schiacceranno ad ogni occasione, è difficile mantenere la testa fuori dall’acqua e fare un qualsiasi significativo progresso nel sadhana. Perciò, è essenziale per un sadhaka scegliere ambienti tranquilli e puri lontani dalle città materialiste e inquinate.
Nello sloka si raccomanda di praticare in un’area di un metro e mezzo dove non ci siano intorno oggetti che possono creare danni fisici se urtati, ecc. Si dovrebbe anche praticare nello stesso luogo ogni giorno per formare le vibrazioni spirituali. Queste sono le varie raccomandazioni stabilite dagli yogi; sono soltanto una questione di buon senso e pensiero logico, piuttosto che regole cui si debba obbe-dire.


Verso 13

Questa è la descrizione dell’eremo yoga come prescritto dai siddha per i praticanti dell’hatha yoga. La stanza del sadhana dovrebbe es-sere con una piccola porta, senza apertura (finestra), fori o fessure, non troppo alta né troppo bassa. Dovrebbe essere di un pulito imma-colato, strofinata con letame di vacca e libera da animali o insetti. All’esterno, ci dovrebbe essere una piattaforma aperta con un tetto di paglia; un pozzo e un muro intorno (recinzione). L’aspetto dell’eremo dovrebbe essere gradevole.

Quando consideriamo le istruzioni particolareggiate per l’eremo yo-ga, dovremmo ricordare che probabilmente erano ideali per quel particolare periodo e per quelle condizioni climatiche. Non è necessario dire che se ora progettiamo di stabilire un luogo per il sadhana, dovremo fare alcune modifiche per adeguarci alle circostanze e alle situazioni attuali. Tuttavia, possiamo usare la descrizione di Swatmarama come indicazione generale.
Essenzialmente, Swatmarama dice che l’eremo deve essere sem-plice, pulito, pratico e molto naturale. “Che ha una piccola porta” va benissimo in un paese dove le persone non diventano alte più di un metro e settanta, ma alcuni europei sono alti più di un metro e ottan-tacinque, perciò si devono fare delle modifiche. “Senza finestra, fori o fessure” era probabilmente raccomandato per impedire a insetti, topi e altri parassiti di entrare nella stanza del sadhana. Al giorno d’oggi, tuttavia, le finestre possono avere le zanzariere, così non c’è nessun pericolo ad avere una o due finestre purché ci siano le tende. “Nessuna finestra” può essere stato raccomandato per avere un’atmosfera scura e più conduttiva per interiorizzare la consapevo-lezza e rendere la mente introversa. Una finestra poteva essere una grande distrazione poiché l’attenzione del sadhaka poteva essere spesso attratta a osservare il mondo esterno e ciò che succedeva fuori. La stanza del sadhana dovrebbe essere “né troppo alta, né troppo bassa”; se fosse troppo alta sarebbe difficile da pulire e se fosse troppo bassa sarebbe poco pratica per il sadhana e un’adeguata circolazione dell’aria.
La raccomandazione di tenere la stanza del sadhana “di un pulito immacolato” è applicabile ora come allora. Se la mente deve essere tenuta pura e incontaminata, è essenziale che lo sia anche l’ambiente. Anche l’atto quotidiano della pulizia purifica la mente. Il pensiero di usare letame di vacca può essere uno shock per la mente occidentale, ma è una tradizione molto conosciuta in India. Nei villaggi, anche oggi, la maggior parte delle case ha pavimenti in terra battuta. Ogni mattina le donne puliscono la loro casa e strofinano il pavimento con letame di vacca fresco mescolato con un po’ di acqua. Il letame di vacca è un eccellente disinfettante e insetticida che ha proprietà medicinali. Cos’è, in fin dei conti, il letame di vacca? Erba digerita e le secrezioni del corpo della vacca. Cosa più importante, è un disinfettante naturale, non contiene prodotti chimici dannosi, non emana gas che inquinano l’aria ed è economico. La natura ci fornisce di tutto, ma abbiamo dimenticato la semplicità della vita.
La stanza del sadhana deve essere “libera da insetti e animali”. Durante il sadhana non c’è niente che distragga più di zanzare, mo-sche o altri insetti ronzanti o striscianti. Inoltre, alcune zanzare portano la malaria e molti insetti fanno punture dolorose o causano eruzioni cutanee. Nell’eremo non si dovrebbero tenere animali perché possono essere di notevole disturbo, avendo bisogno di cure, cibo e altri pensieri che possono distrarre l’energia dal sadhana. In particolare, quando si inizia per la prima volta il sadhana, la mente cerca sempre una scusa per interrompere le pratiche poiché si duole del rimanere concentrata su un particolare punto troppo a lungo. Essa cercherà sempre di impedirvi di arrivare più vicino all’oggetto della meditazione. La mente troverà di certo una buona ragione per sentirsi disturbata ed esteriorizzarsi a causa di insetti e animali fastidiosi, perciò un sadhaka deve sicuramente evitare questo problema.
La “piattaforma aperta con un tetto di paglia” probabilmente è stata raccomandata come luogo per il sadhana durante i mesi estivi quando è troppo caldo per praticare all’interno (soprattutto pranaya-ma). Essa potrebbe essere usata anche per dormire. In India la mag-gior parte delle persone preferisce dormire all’aperto perché è più fresco e più vicino alla natura.
Swatmarama non ha omesso la necessità di un pozzo. La disponi-bilità di acqua fresca non è necessaria solo per una buona salute, ma un praticante di yoga ne ha bisogno sia per le sue pratiche quotidiane di purificazione che per bere, per la toilette, per lavarsi, per cucinare, ecc. Neti, dhauti e kunjal richiedono acqua fresca, e se potete evitare acqua con aggiunta di cloro e fluoro, queste tecniche sono molto più efficaci.
Un’altra ragione per cui ci deve essere un pozzo nell’eremo è che si possono sprecare molto tempo ed energia se lo yogi deve fare pa-recchi viaggi lunghi e spesso difficili fino ad un fiume per prendere acqua. Swatmarama sta delineando le indicazioni per un sadhana in-tensivo di hatha yoga e perciò dà notevole importanza a ridurre al minimo le distrazioni esterne e conservare l’energia vitale per il viaggio interiore.
Se uno ha il suo eremo in una giungla o in qualche altra area non sviluppata, un muro di recinzione serve per tenere fuori predatori non voluti, specialmente animali selvatici. Oltre a questo, se l’eremo è circondato da un muro, si possono mantenere le sue vibrazioni spirituali e il suo potere magnetico, in questo modo le influenze esterne negative non avranno la possibilità di penetrare così facilmente. In tal modo si può mantenere un’atmosfera pacifica.
Tutte queste raccomandazioni sono state date da yogi che hanno percorso il cammino spirituale e fatto esperienza dei trabocchetti e dei problemi che un sadhaka può dover affrontare. Si dovrebbe anche capire che queste raccomandazioni hanno anche un significato esoterico: indicano il modo in cui un sadhaka dovrebbe strutturare se stesso e la sua mente. La mente deve essere protetta dalle influenze esterne e il corpo dovrebbe avere un buon meccanismo di difesa. La mente e il corpo devono essere tenuti puri, semplici e modesti. Allora coltiveranno vibrazioni spirituali e le condizioni contribuiranno a far sì che l’atma manifesti se stesso. La struttura dell’eremo è un simbolo esterno del sé individuale e di ciò che si raggiungerà attraverso il sadhana. Quindi un sadhaka dovrebbe cercare di vivere nel modo più semplice e auto-sufficiente possibile. I suoi averi dovrebbero essere ridotti al minimo e ciò che lo circonda dovrebbe essere ordinato e pulito. In tal modo avrà meno distrazioni mentali e preoccupazioni e tutta la sua energia potrà essere diretta verso lo sviluppo spirituale.