Anno 2014 - Volume 4

  • Pellegrinaggio
  • Satsang con Sw. Shivananda e Sw. Satyananda 
  • La Mia Prima Volta in India
  • Hatha Yoga Pradipika 

 

Pellegrinaggio

Tratto da: Satya Ka Avahan – Invoking the Divine, anno 1, numero 6, Novembre-Dicembre 2012, Sannyasa Pith, Munger, Bihar, India.

Parole di Satyam

Tali sono i modi di Dio che Egli diventa come un servo che protegge chi lo adora. Essendo il Signore dell’universo e anche di ogni infinito attributo divino, Egli non ha alcuna traccia di orgoglio. Nemmeno vede quanto sia stata scandalosa in passato la vita del Suo discepolo. Non guarda né alla sua condotta, né alle sue qualifiche, né al suo stato sociale, né alla sua prosperità e nemmeno alla sua erudizione. Egli vede soltanto la sua devozione, a tal punto da diventare schiavo di chi è schiavo, mettendosi silenziosamente al suo servizio.
Swami Satyananda

La Discesa del Signore

Talvolta Egli si lascia intravedere e poi se ne va
Talvolta Egli discende al regno della luce e poi riparte
Talvolta Egli discende al regno sottile e poi si allontana
Talvolta Egli discende anche al piano terreno
Vi è un muro fra questo piano e l’altro che ha una piccolissima fenditura
Questa rappresenta il sentiero dal quale Egli discende
E dove Lui viene realmente visto
Ma prima del suo arrivo vi è l’alba di sattwa
Si risveglia la pace, ogni influenza cessa di esistere
Gli esseri illuminati arrivano e rendono
Puro e pieno di devozione lo strumento interiore
Infine, insieme all’arrivo del Guru
Il Signore discende realmente
Chi ha gli occhi chiusi vede
Ma coloro che hanno gli occhi aperti
Percepiscono il buio davanti a loro.
Swami Satyananda
Il Richiamo del Monte Kailash

Durante i primi anni del mio sadhana a Rishikesh, decisi di vedere il Kailash. Il Monte Kailash è nel Tibet occidentale. Il 12 Giugno 1931 partii in pellegrinaggio verso quel luogo sacro. Tutti noi ci bagnammo nel Lago Mansarovar e percorremmo il cammino intorno al Monte Kailash. Feci tutto il percorso a piedi. Non vi è su questa bella terra nessun luogo che possa essere paragonato al Kailash per la meravigliosa bellezza delle eterne nevi. Fra ogni altro yatra (viaggio, n.d.t.) il più difficile è quello del Kailash. Esso si chiama Monte Meru, l’asse delle montagne.
Il profondo significato del parikrama (girare attorno, n.d.t.) sta nel fatto che il devoto non considera tanto l’aspetto fisico del luogo quanto la potenza spirituale che simboleggia e la divina presenza manifesta e percepita attraverso di esso. Leggendo la rivelazione di Sri Krishna nel decimo capitolo della Bhagavad Gita, potrete comprendere quanto certi luoghi siano saturi della divina presenza. Con il parikrama, il devoto si imbeve profondamente della divina atmosfera che permea il luogo ed esce da questo sentiero spirituale pregno di vibrazioni sattwiche. Un pellegrinaggio come quello del viaggio al Monte Kailash rappresenta un sadhana per la realizzazione di Dio poiché esso desta chitta shuddhi, la purificazione della coscienza, e nididhyasana, la profonda meditazione.
Swami Shivananda

Il Sentiero del Kailash

Se il mondo va in pellegrinaggio, lasciate che lo faccia.
Le persone mondane desiderano soddisfazione, sollievo e cambiamento.
Ma dove andrete?
Dov’è Dwarika, dov’è Haridwar?
Tra le case di mattone, racchiuse tra mura e templi
o nei vicoli pieni di traffico?
Oppure là, dove risiede il tuo Signore?
Vai, sulle rive del Mansarovar vi è il Kailash.
Là vivono Bhavani e Shankar.
Là hanno origine Ganga, Yamuna e Saraswati.
Chi percorre questo sentiero
Incontra sei luoghi sacri,
Cinque confluenze e tutti i saggi.
Questo sentiero ascende verso l’alto,
Né re né mendicanti lo hanno scalato.
Poiché esso è come il filo di un rasoio,
Il sentiero del Kailash.
Io ci sono stato.
Tutto solo ho avuto il darshan del Mansarovar,
Ho visto i cigni che raccolgono perle.
Lo hai visto anche tu?
Parlo dell’altro Kailash
Che dimora all’interno di tutto.
Swami Satyananda

Lo Yatra del Kailash-Mansarovar

Sulla cresta del Monte Kailash,
Nella foresta di alberi che esaudiscono i desideri
Giocosamente cinguetta il koel (cuculo asiatico),
Con grazia danzano i cervi
Creando la poesia, ballando in estasi
Om, Hara Hara Mahadev!

Nel 2008 passai il mandato della Bihar School of Yoga alla terza ge-nerazione e mi liberai di ogni responsabilità organizzativa. Sorse la domanda: “Ora che cosa?” Nel luglio del 2009 il mio guru, Sri Swami Satyananda, mi chiamò a Rikhia e mi dette il programma per i successivi vent’anni, completo di specifiche istruzioni riguardo al lavoro che occorreva intraprendere e chiari particolari riguardo a quando, dove e come quel lavoro doveva completarsi.

Sannyasa, il mio retaggio
Vi è una storia alla base della missione che Sri Swamiji mi ha affidato. Durante gli anni in cui Sri Swamiji faceva il panchagni sadhana (la pratica dei cinque fuochi, n.d.t.), egli visse come un eremita e si vestì soltanto con un perizoma. Un giorno, dopo aver concluso il panchagni, raccolse tutti i suoi perizomi e me li porse dicendo: “Se qualcuno ti chiede che cosa hai ricevuto in eredità da Swami Satyananda, dì loro: “In eredità mi dette i suoi perizomi”. Non è possibile dare in eredità un’istituzione. Un individuo può lavorare per un certo periodo di tempo in un’istituzione, ma poi il comando va passato ad un’altra persona.
Io non ho preso il sannyasa per mandare avanti un’istituzione ma per fare esperienza del vero significato del sannyasa. Oggi le persone si avvicinano al sannyasa con il pensiero di diventare grandi, di diventare dei guru, di avere dei discepoli. Negli anni sessanta e settanta, quando arrivammo all’ashram, non vi era nessun’idea del genere. Volevamo semplicemente vivere come dei sannyasin. Tuttavia il nostro guru ci dette la possibilità di realizzare i nostri desideri e le nostre ambizioni attraverso il servizio alla società. Egli credeva che, una volta esauriti i karma, è possibile procedere sul sentiero del sannyasa.
Sri Swamiji creò un ruolo che io dovevo recitare nel dramma della vita. I suoi perizomi rappresentano la rinuncia e il sannyasa e questo fu la mia eredità. A Munger è stata fondata un’organizzazione basata sullo yoga e a Rikhia un’organizzazione basata sul seva (servizio di-sinteressato, n.d.t.). A Munger Swami Suryaprakash e la terza generazione curano le responsabilità del movimento dello yoga. Swami Satsangi ha preso il comando dell’istituzione a Rikhia. Dissi a Sri Swamiji: “Proprio come hai passato a me l’incarico dell’istituzione e hai lasciato Munger, così io cerco il tuo permesso per fare la stessa cosa”. Lui disse: “No, perfeziona la vita del sannyasa vivendo a Munger. Istituisci il Sannyasa Pith attraverso il quale puoi fondare nella società i più elevati principi del sannyasa”. Lo yoga è un sadhana personale, il seva è l’interazione disinteressata con la società e il sannyasa è per coltivare la consapevolezza spirituale.
Sri Swamiji programmò, anno per anno, un piano della durata di vent’anni. Questa tabella di marcia fu creata nel luglio del 2009, una settimana dopo Guru Purnima. Nel mese di dicembre dello stesso an-no, Sri Swamiji raggiunse il mahasamadhi. Per l’anno intero a seguire io e Sw. Satsangi fummo occupati nell’esecuzione dei rituali che, secondo la tradizione, è necessario fare quando un santo siddha raggiunge il mahasamadhi.
Nasce Sannyasa Pith
Tramite la grazia del Guru, il primo anniversario del mahasamadhi di Sri Swamiji segnò a Rikhia l’inizio della Sat Chandi Mahayajna e a Munger la nascita del Sannyasa Pith. Nel 2008 avevo detto a Swami Suryaprakash: “Ora abbi cura tu di Ganga Darshan. Io me ne vado”. Swami Suryaprakash chiese che, proprio come Sri Swamiji mi aveva dato cinque anni della sua presenza perché io “imparassi l’arte”, così anch’io dessi altrettanto tempo a lui. Per questo risiedo ancora a Gan-ga Darshan. Tuttavia, sulle rive del Gange, una nuova istituzione sta prendendo lentamente forma e il mio obbligo verso Swami Suryapra-kash finisce nel 2013.
Nel 2013 la Bihar School of Yoga celebrerà il suo Giubileo d’Oro. Per segnarne il culmine, si sta organizzando un Convegno mondiale di yoga. Tutti gli studenti del Sannyasa Pith sono coinvolti in questo progetto.
Come lavoro di preparazione per il Sannyasa Pith la prima attività che scelsi è la formazione al sannyasa: dare la formazione per l’autoregolamentazione, impartire la conoscenza e l’esperienza che ogni ricercatore dovrebbe avere.
Ricevere l’iniziazione e indossare il geru non rende una persona un sannyasin. I segni che distinguono un sannyasin sono: innalzare l’energia spirituale attraverso il sadhana, espandere l’intelletto attraverso lo studio e l’osservazione di se stessi, rinunciare alle ambizioni attraverso lo sviluppo dell’abbandono di sé, abbandonarsi alla volontà di Dio attraverso la fede e inoltre essere dotati dell’istruzione, della saggezza e della scienza, sia di tipo tradizionale sia di tipo moderno.
Questa è la visione con cui nel 2012 abbiamo iniziato la formazio-ne triennale al sannyasa. Centoundici persone partecipano a questa formazione. Il numero rappresenta Brahma, Vishnu e Shiva. Brahma è uno, Vishnu è uno e Shiva è uno e questo fa 111.

La crescita dello yoga
Prima del suo mahasamadhi, Sri Swamiji mi dette un altro mandato. Disse: “Continua il tuo lavoro con lo yoga. Il mandato che ricevetti da Swami Shivananda riguarda anche te: yoga da porta a porta e da sponda a sponda.
Nulla deve impedire il programma dello sviluppo dello yoga. Tutti conoscono le asana e il pranayama ma nessuno conosce lo yoga. La-vora per l’espansione della comprensione dello yoga”. Fu con questo in mente che nel 2010 fu concepito il programma mensile della Serie di Satsang che è tenuto a Munger. In ogni Serie di Satsang si affronta un concetto dello yoga e ne sono spiegati i principi, le applicazioni pratiche e i sadhana.

Pellegrinaggi
Accanto a tutto ciò, di tanto in tanto, parto in pellegrinaggio verso quei luoghi dove Sri Swamiji passò del tempo facendo sadhana e adorazione. Passo tre o quattro giorni a fare degli anushthana che ogni giorno richiedono da otto a dieci ore.
Le esperienze fatte in questi luoghi di pellegrinaggio mi hanno mostrato nuove dimensioni della vita spirituale. All’inizio Guruji e Dio mi comandarono di diffondere lo yoga, di fare delle conferenze e di dare una formazione e dei satsang riguardanti lo yoga.
Per quarant’anni questa fu la mia vita. Parlai a proposito della me-ditazione, del samadhi, della kundalini e dei chakra. Non vi era alcuna esperienza pratica, ma parlavo su ogni argomento. Da quando vado in pellegrinaggio e mi coinvolgo nel sannyasa sadhana, ho avuto profonde esperienze di questi argomenti.
Quest’anno a giugno, come parte del programma di pellegrinaggi, era stato pianificato un viaggio sul Monte Kailash e al Lago Mansarovar. Per dirla in breve, lo yatra fu mirabolante. Si tratta di un pellegrinaggio che vi porta più vicino al vostro spirito e al vostro Dio. Fu un viaggio notevole, straordinario, impareggiabile. Gli episodi che sono avvenuti durante questo viaggio sono chiari esempi di come la grazia di Dio può rendere semplice perfino il compito più difficile e di come può essere evitata la tragedia.

Prima fermata: Muktinath
Eravamo otto persone in tutto, incluso me stesso, Swami Muktananda e Swami Shivaraja. Il viaggio iniziò a Delhi. Il 2 giugno volammo da Delhi a Kathmandu. Da Kathmandu andammo in automobile verso Pokhara per ricevere la benedizione del Signore Narayana a Mukti-nath. Muktinath è il luogo dove si dice che Narayana conferisce la li-berazione.
Un viaggio di sei ore da Kathmandu ci portò a Pokhara. Pokhara è una piccola città fra le montagne dove passammo la notte e il giorno seguente prendemmo un volo da Pokhara a Jom-Som, proprio sulla frontiera fra il Nepal e la Cina e là passammo del tempo. Si dice che quello di Jom-Som sia uno degli aeroporti del mondo dove è più difficile atterrare poiché è tra due montagne e il vento che soffia crea un forte tunnel del vento. Gli aeroplani volano soltanto di mattina, dalle 6 alle 10.
Dopo una nottata di riposo a Jom-Som, la mattina seguente pren-demmo un bus per percorrere due chilometri fino al confine col Mu-stang. Da lì procedemmo con delle jeep fino ai piedi della montagna sulla quale è situato Muktinath. Infine ci portarono su delle moto. Il tempio di Muktinath è situato dove si possono trovare i sacri shali-gram di pietra. Nel terreno del tempio ci sono 108 fontanelle di acqua gelida. Soltanto dopo essersi fatti la doccia sotto queste 108 fontanelle è permesso l’ingresso al tempio. Vi sono anche due piccole vasche note come Paap Kunda, la vasca del peccato, e Punya Kunda, la vasca della virtù, ed è anche obbligatorio bagnarsi in entrambe. Girai intorno per sentire le acque e non appena immersi la mano, essa divenne blu! “No, non vado per questo darshan”, pensai. Il Signore Narayana, seduto all’interno del tempio, rise e prevalse la volontà di Dio. Facendoci coraggio, togliemmo i vestiti, facemmo il primo passo e poi corremmo come delle frecce attraverso le 108 cascatelle.
Bisogna ripetere per tre volte in questo modo. Durante il secondo giro dissi: “Questo volta non lo faccio da solo”. Aprii la mia borsa, presi le immagini di Sri Swamiji e di Shivanandaji e dissi: “Mi avete chiamato qui, così potete anche voi unirvi a me”. Presi i mei Shivalingam e i miei mala e, tenendo tutte queste cose in mano, sfrecciai attraverso i dhara (l’acqua che scorre, n.d.t.) e le vasche.
Usciti dall’acqua gelida, entrammo nel tempio. All’interno c’era soltanto la sacerdotessa. Ci domandò: “Di dove siete?” Le dicemmo chi eravamo e lei disse: “Fate tutto ciò che volete qui, qualsiasi genere di puja o di adorazione che scegliate di fare”.
Avemmo il sancta sanctorum tutto per noi. La statua del Signore Narayana è fatta di ottone. Accanto a lui si trovano Bhudevi, Sridevi, Ganesha, Garuda e le statue di molte altre divinità. Collocammo là gli otto Shivalingam, le foto e i mala che tenevamo in mano. Restammo seduti li dentro per trenta o quaranta minuti e facemmo l’adorazione dello shaligram e degli Shivalingam, ossia, del Signore Narayana e del Signore Shiva. Poi uscimmo dal tempio.
Secondo la tradizione, quando le persone escono dal tempio la sa-cerdotessa come benedizione mette una corona, nota come “corona di Dio”, in testa a ognuno. Tutti ricevettero la loro benedizione ma quando arrivò il mio turno lei si fermò. “No”, disse: “non posso farlo a te”. Chiesi: “Perché?” Lei rispose: “Perché sei un sannyasin e non posso darti alcuna benedizione”. Così presi fra le mani la corona e la collocai sulla mia testa. Benedissi me stesso!
Con la grazia del Signore su di noi, scendemmo la montagna a piedi. Ai piedi della montagna ci stringemmo nella jeep e tornammo a Jom-Som. Il giorno seguente viaggiammo verso Pokhara e da lì verso Kathmandu.

Seconda fermata: Pashupatinath
Fummo a Kathmandu il 5 giugno, giorno in cui si tiene una speciale puja a Ganga Darshan e a Rikhiapith in memoria di Sri Swamiji. Mi chiesi cosa potessi fare per offrire i miei omaggi. Conclusi di fare una visita al Tempio di Pashupatinath, che è un tempio di Shiva. Dopo aver completato tre parikrama attorno al tempio, entrammo e chiedemmo ai sacerdoti di fare, da parte di Sri Swamiji, abhisheka al bellissimo Shivalingam. Lo Shivalingam è alto circa un metro e mezzo e ha quattro volti di Shiva sui quattro lati. La sommità che non si vede rappresenta il volto invisibile, impercettibile.
Pashupati significa “signore degli animali”. Shiva controlla le tendenze animali in ognuno di noi. Egli domina le qualità negative e tamasiche. Con la sottomissione di queste, fa emergere la natura sattwica.
Una volta terminato l’abhisheka, prendemmo il prasad e uscimmo nel cortile dove feci cinquantaquattro giri di mala di japa. Poi rien-trammo nel tempio. Questa volta i pandit stavano facendo il loro abhisheka e lo shringara, la decorazione. Dopo aver visto questo uscimmo, facemmo altri tre parikrama e pregammo: “Stiamo facendo questo yatra. Ti preghiamo di restare con noi”. Poi lasciammo l’aera del tempio.

Terza fermata: il Tibet
Il giorno seguente ci imbarcammo per il nostro viaggio verso il Kai-lash-Mansarovar e raggiungemmo la frontiera di Kodari, in Nepal. Passammo la dogana, cambiammo veicolo, salimmo in quattro per macchina su dei land cruiser e partimmo. Avevamo una guida nepalese e una cinese, due cuochi, due sherpa e due autisti. Un camion e una jeep ci seguivano colmi delle nostre provviste: riso, dal, granaglie, verdure, acqua, bombole di gas, cucine da campo, sacchi a pelo, tende e altre cose necessarie. La nostra carovana consisteva di un camion e tre jeep. Una volta attraversata la frontiera nepalese di Kodari e quella cinese di Zhangmu, il convoglio si diresse verso la prima fermata nel Tibet, a Nyalam.
Questo villaggio si trova a una notevole altitudine. Normalmente i viaggiatori vi passano due notti per acclimatarsi. Noi eravamo abba-stanza in forma e ci passammo una sola notte. La mattina seguente iniziamo l’addestramento di trekking e alpinismo. La camminata di tre chilometri andando su e giù per le ripide pendenze e discese della montagna fu un vero esempio dei benefici del pranayama. Ogni ora facevamo dieci cicli di kapalbhati pranayama. Questo aiutava a generare energia, calore, vigore e forza e a evitare ogni genere di problemi dovuti all’altitudine. Non sentimmo alcuna vertigine né mancanza di respiro. Era tutto semplicemente normale.
Quella notte a Nyalam, dopo il trekking sulle montagne, nell’intimità della mia camera, recitai lo Hanuman Chalisa e invitai Hanumanji a viaggiare insieme a noi. Poi mi addormentai. Quando mi svegliai la mattina seguente, cosa vidi! Hanumanji in piedi accanto al letto. Mi alzai all’istante e gli feci pranam. Poi gli domandai: “Stai venendo con noi?” Egli sorrise e disse: “Sì”. Dopo colazione, quando salimmo sulla jeep, lo vidi arrivare a piedi e sedersi sul tetto della jeep. Non il piccolo Hanumanji, né quello molto grande, ma quello di grandezza umana. Ero nel sedile anteriore e per tutto il viaggio sentii la sua presenza, seduto sopra la mia testa, sopra la jeep. Fu una sensazione incredibile!
La fermata successiva fu Sanga, un campo militare. Per arrivare a Sanga bisogna attraversare il fiume Brahmaputra. Fluendo verso l’India, il Brahmaputra diventa più largo e scorre più veloce, ma in quel paesino è soltanto un piccolo ruscello. Restammo la notte dall’altra parte del ruscello.
Man mano che il sonno pervadeva il corpo, la mente era colma del pensiero che la mattina seguente avremmo raggiunto Mansarovar. Ancora una volta pregai, questa volta Krishna e Rukmini: “Quando andai a Pandharpur vi invitai a fare questo viaggio, ora dovete venire con me” (vedi: Avahan, Sett.-Ott. 2012). Poi pregai Shiva e Shakti e dissi: “Oggi avremo il primo darshan del Mansrovar, quindi anche voi dovete stare con me”. Poi pregai Swami Shivananda e Sri Swamiji e dissi: “Senza voi due questo viaggio è incompleto, quindi dovete stare con me”. Mentre finivo la preghiera, sentivo che Hanumanji evaporava. Non importa quanto tentassi di sentirlo. Non ci riuscivo. Era stato sostituito dalla poderosa presenza di sei esseri: Krishna, Rukmini, Shiva, Shakti, Swami Shivananda e Sri Swamiji.
Il 9 giugno, quando uscii dalla camera d’albergo per salire fino al Mansarovar, a 450 chilometri di distanza, sentii come se venissi pressato da tutte queste persone celestiali. Swami Shivaraja, Swami Muktananda e Natwar Rateriaji salirono dietro, invece io ero davanti. Mentre stavo seduto pensavo: “Dove saranno sedute tutte queste persone?” e per alcuni minuti ponderai: “Dove potrei offrire loro un asana (posto a sedere, n.d.t.) per il viaggio?”. In quell’istante mi si chiusero automaticamente gli occhi e mi si aprì il cuore. Riuscii a vedere realmente l’apertura del cuore e dissi a Krishna: “Entra” e lo vidi entrare a piedi all’interno del cuore insieme a Rukmini. Poi dissi a Shiva: “Entra” e vidi Shiva che camminava con Shakti che entravano nel cuore. Poi dissi a Swami Shivananda: “Entra”, e riuscii a vederlo camminare ed egli entrò. Poi dissi a Sri Swamiji: “Ti prego, entra”, e riuscii a vederlo! Non era affatto un’allucinazione ma un reale sentimento. Una volta sistemati, si chiusero le porte del mio cuore. Mi sentii veramente molto pesante per circa dieci secondi, come se un grosso peso fosse stato messo sul lato sinistro del mio corpo. Dopo tutto, sei persone stavano tentando di trovare un posto a sedere! Iniziammo il viaggio verso il Mansarovar.
Il Mansarovar
Dopo aver visto così tanti laghi in ogni parte del mondo, se vi è un lago degno di questa definizione, posso dire che quello è il lago Mansarovar!
Le persone lo chiamano Mansarovar, ma il nome reale è Manas Sarovar. Il lago fu creato dalla mente di Brahma attraverso la sua volontà, e così si chiama Manas Sarovar (manas, mente - sarovar, lago, n.d.t.). La parola si è lentamente distorta e oggi il lago è noto come Mansarovar. Iniziammo il giro in macchina attorno al lago, che è largo approssimativamente quaranta chilometri. Prima di iniziare il parikrama, dalla riva del lago avemmo il darshan del Monte Kailash. Il nostro primo darshan! Le guide ci informarono con eccitazione che, nell’attuale stagione, nessuno aveva ancora avuto il darshan del Monte Kailash dal Mansarovar. Fummo il primo gruppo ad averlo. Non si possono mai predire le benedizioni di Dio. I cieli si aprirono, un maestoso cielo azzurro con un Kailash imbiancato che si stagliava davanti ad esso, sotto le montagne terrose e ai nostri piedi il lago color turchese. Una veduta che ci rimarrà per sempre scolpita nella mente. In quell’istante unii le mani in umile sottomissione al Signore Ashutosh. Poi, come gesto di purificazione, ci lavammo e iniziammo il parikrama.
Vedemmo molti uccelli, molti animali, insetti e altre forme di vita intorno al lago. C’erano diverse varietà di cervi e una varietà di piccole creature che, al suono delle automobili, fuggivano verso le loro tane. Molte specie di uccelli e di cigni circondano il lago. Facendo delle foto del lago vedemmo due cigni gialli in mezzo ad uno stormo di altri cigni. Guardando più da vicino vedemmo che erano dei cigni dorati, dei rajahamsa. Secondo il mito questi cigni riescono a separare il latte dall’acqua. Se gli si dà un miscuglio dei due liquidi, loro bevono il latte e lasciano l’acqua. Così avemmo anche il darshan del raro rajahamsa.
Il Monte Kailash si erge sopra un lato del Mansarovar e sull’altro lato si erge la catena di montagne nota come Guru Mandala. Il Monte Kailash è la dimora del Signore Shiva e Guru Mandala è dove i sadhu, i santi e le divinità vanno ad invocare il Signore Ashutosh. Visitammo anche un altro lago più piccolo situato vicino al Mansarovar. La leggenda racconta che è qui che Ravana praticò le sue austerità. Il nome originale del lago era Brahma Taal. Nei Purana si trova una storia della creazione. Quando il Signore Brahma iniziò la sua opera di creazione, per primo creò i cinque mahabhuta, i cinque elementi, attraverso i quali formò la terra, i pianeti e le costellazioni. Poi creò gli alberi, i frutti e i fiori. Prima di creare gli esseri viventi, iniziò a propiziarsi il Signore Shiva sulle sponde di questo lago. Dopo aver ricevuto la grazia di Shiva creò gli esseri viventi. Perciò il nome originale del lago è Brahma Taal o il lago di Brahma. L’atmosfera al Brahma Taal è estremamente pura e ispira bhakti. Da lì la veduta del Monte Kailash è spettacolare.
Sul Lago Mansarovar si trova un alloggio di argilla con sei camere. Dopo la visita al Brahma Taal ci riposammo là per la notte. Secondo la leggenda, nelle notti di luna piena le divinità scendono dai cieli per fare il bagno nel Mansarovar. La luna piena c’era già stata il 5 giugno. Discutevamo tra di noi se, durante la notte, avremmo avuto un avvistamento divino. Alle 21.30 risposi al richiamo della natura. L’allog-gio dove risiedevamo stava a circa venti o trenta metri dal lago. Quando uscii, vidi che alcune luci ballavano sulla superficie del lago. Tutti i miei compagni di viaggio erano all’interno. Chiamai fuori tutti e per circa un’ora e mezzo restammo vicino al lago a guardare le luci. Esse scendevano dal cielo, si tuffavano in acqua, galleggiavano sulla superficie dell’acqua e poi risalivano in cielo. Entrai all’interno per prendere la macchina fotografica per poter fotografare questo formidabile avvistamento. Nel frattempo una luce iniziò a fluttuare verso le persone che si trovavano là in piedi. Sembrava che qualcuno si avvicinasse a loro con una torcia, però non c’era nessuno. La luce si fermò a circa cinquanta metri, e dopo un po’ salì direttamente verso l’alto. Le luci furono catturate dalla macchina fotografica e le fotografie rivelano che in quel luogo vi è certamente la presenza di speciali energie, che le chiamiate sovrannaturali o divine.
Dopo un’ora e mezzo tornammo all’alloggio per riposare. Quando la mattina dopo ci svegliammo e uscimmo, alcune luci giocavano an-cora nell’acqua. All’alba andammo a fare il bagno nel Mansarovar. L’acqua è assolutamente chiara e potete vedere distintamente le pietre e la sabbia sul fondo. L’acqua è molto fredda e si consiglia di non restarci più di uno o due minuti. Facemmo il bagno ma non sentimmo per niente freddo. Ci purificammo a lungo nelle acque cristalline del Mansarovar. Il cuore era raggiante, lo spirito fioriva.
Dopo il bagno iniziammo la havan (cerimonia del fuoco, n.d.t.) in una piccola buca vicina a Mansarovar. A quell’altitudine non c’è molto ossigeno. Le fiamme non si alzano. Sono delle fiamme bonsai! Le fiamme erano alte al massimo due o tre centimetri. Avevamo circa mezzo chilo di canfora e la versammo tutta sulla legna. Con il poco fuoco che si era formato, facemmo una havan con i nomi di Shiva, Devi e guru, recitammo degli stotram (inni, n.d.t.) e facemmo japa.
Durante la havan, tutti e tre i sannyasin fecero esperienza dell’energia divina. Vedemmo Adiguru Lord Shiva e il nostro guru, Swami Satyananda, che controllavano la havan, indossando una pelle di tigre, con la pelle spalmata di cenere, i capelli intrecciati che scen-devano dalla testa e un tridente in mano. È indescrivibile l’esperienza della presenza di Shiva e del guru.
Finita la havan, sedetti ad occhi chiusi. Visualizzai mentalmente il Mansarovar, Shiva, Sri Swamiji e il Kailash e feci pranam a tutti loro. Sembrava che una mano mi toccasse la testa mentre facevo pranam. Poi arrivò una seconda mano che copriva la prima e poi una terza mano. Sentivo realmente il tocco e il peso delle mani. La curiosità mi fece aprire un po’ gli occhi e alla mia destra vidi uno Shiva alto circa quattro metri. La sua larga mano era sulla mia testa. Alla mia destra c’era Swami Shivananda e la sua mano era su quella di Shiva. Davanti a me c’era Sri Swamiji la cui mano era su quella di Swami Shivananda. Mi sentii un po’ strano, ma anche pieno di beatitudine. Mi sentivo strano con la mano del guru sulla testa e sopra quella di Dio. Con il pensiero: “Guru e Dio sono in piedi davanti a me. Davanti ai piedi di chi dovrei prostrarmi per primo? Evviva il guru pieno di grazia che mi ha portato faccia a faccia con Dio”. Alzai la mia mano, tolsi le tre mani dalla mia testa e poi presi la mano di Sri Swamiji e la misi per prima sulla mia testa. Su di essa misi la mano di Swami Shivananda e su quella misi quella della mia divinità, il Signore Ashutosh. Mi immersi completamente in questa sensazione di euforia. In questo modo al Mansarovar ricevetti le amorose benedizioni di tre esseri illuminati.

Il parikrama del Kailash
Dopo la havan facemmo colazione e raggiungemmo Darchen, il cam-po base del Kailash. Il parikrama del Kailash parte da qui. Raggiunto Darchen, lasciammo i bagagli all’ostello della gioventù e attraversammo il ghiacciaio per avere il primo darshan del Kailash. Dopo aver attraversato il ghiacciaio, mentre ci incamminavamo per un sen-tiero roccioso, raggiungemmo un punto da dove vedemmo di fronte a noi il Kailash. Il monte Nandi, fatto di roccia nera, si trova a destra del Kailash. A sinistra del Kailash si trova il Monte Ashtapada. Si crede che Rishabhdeva, il primo precettore dei giainisti, ottenne la siddhi spirituale all’Ashtapada. Questo rappresenta un famoso pellegrinaggio per i giainisti. Ci mettemmo a sedere in quel luogo e passammo alcune ore facendo japa, dhyana e satsang.
Mentre eravamo lì, arrivarono anche altri pellegrini che iniziarono a sedersi. Dopo poco divenne un raduno di circa cento persone che facevano domande sull’importanza del Kailash e del Signore Shiva. Per circa un’ora e mezzo facemmo satsang con loro e poi ritornammo all’ostello della gioventù per il riposo notturno.
Mi svegliai tre volte quella notte: a mezzanotte, all’una e alle due. Ogni volta trovai che il mio corpo tremava di una strana paura. Non riuscivo a capirne la causa. Tutte e tre le volte un particolare mantra si ripeteva nella mia testa: Yamarupi Mahadevo dakshinasyam sadavatu. Questo mantra significa: “Che possa il Signore Shiva, nella forma di Yama, proteggerci sul versante sud”. La prima volta mi calmai e tornai a dormire. Un’ora dopo ero di nuovo sveglio, con la stessa paura e lo stesso mantra. Mi addormentai di nuovo. Un’ora dopo mi svegliai con la stessa paura e lo stesso mantra. Non capivo che cosa stesse succedendo. La mattina dopo raccontai questo evento notturno ai due sannyasin. Ascoltarono tranquillamente. Dopo colazione, prima di iniziare il parikrama, chiamai tutti in camera mia e invocai il Signore Shiva. Volevo sapere perché quel mantra continuava a ripetersi nella mia mente. Presi il mio Shiva Stotra Mala. Si aprì spontaneamente alla pagina con Mritasanjivan Kavach. Tutti recitarono il kavach (mantra protettivo, contro forze e gli eventi negativi, n.d.t.). Chiusi il libro e lo aprii di nuovo. Questa volta si aprì alla pagina di Shiva Raksha Stotra e tutti cantammo quello stotra.
Esistono molti stotra di Shiva, ma il Mritasanjivan Kavach è per ottenere la vittoria sulla morte. Dopo aver cantato i due stotra, chiesi a tutti: “Andava bene la recitazione?”. Uno dei nostri compagni di viaggio, Sri Natwar Rateria si chiese: “Perché Swamiji domanda se la recitazione andava bene? La recitazione è fatta, ecco tutto”.
Dopo la recitazione partimmo per il parikrama del Kailash. Rag-giungemmo Yama Dwar, oltre al quale inizia la pista per procedere a piedi. Le persone fanno il parikrama anche a cavallo. In passato i pel-legrini raggiungevano Yama Dwar e pregavano: “Signore, portami indietro sano e salvo”. Nessuno sapeva cosa succedesse dopo aver attraversato Yama Dwar. Questo è il luogo dove Nachiketa aspettò il Signore Yama per tre notti. Chi ha letto la Katha Upanishad conosce la storia.
Dopo aver girato intorno al tempio, io e Swami Shivaraja entram-mo all’interno. All’interno, una volta che gli occhi si erano adattati al buio, vedemmo teste di capra, di yak e anche teschi umani appesi al soffitto. Fu come se avessimo raggiunto l’inferno. Vi passammo alcuni minuti e poi uscimmo. Uscendo, alzammo la bandiera del Sannyasa Pith a Yama Dwar. Poi aspettammo il nostro portatore e i cavalli. A quelle altitudini i portatori non trasportano più di cinque chili.
Mantenni nel mio sacco alcune cose di cui avrei avuto bisogno per tre giorni. Il giro attorno al Kailash parte da Yama Dwar e qui si ab-bassa il livello dell’ossigeno. Mi fu dato un vecchio cavallo bianco. Montai e andai avanti. Gli altri due compagni di viaggio seguirono lentamente con i cavalli e i portatori.
A due chilometri da Yama Dwar vidi un’ombra che camminava circa trenta metri davanti a me. Era l’ombra di un sadhu che in mano teneva un tridente. Anche Swami Shivaraja vide quest’ombra. Egli si avvicinò a me e disse: “Guarda, Sri Swamiji cammina davanti”. Sapevo che l’ombra che guardavo da tanto tempo era quella di Sri Swamiji nella forma di Shiva. Con un entusiasmo e una fede raddoppiati andammo avanti e l’ombra continuò a guidarci.
Sei chilometri più in là mi fermai per una merenda. Quando gli altri arrivarono, chiesero: “Swamiji, lo sai cos’è successo a Natwarji”. Dissi: “No, non lo so”. Mi dissero: “Natwarji è stato salvato per un pelo dalla morte. Il cavallo che montava è improvvisamente impazzito e Natwarji è caduto da cavallo. Uno dei suoi piedi è rimasto impigliato nella staffa. Il cavallo lo ha trascinato galoppando tre volte intorno al campo. In qualche modo gli sherpa tibetani e i portatori sono riusciti a liberare il piede. Quando lui era sdraiato per terra, il cavallo è tornato, si è alzato sulle gambe posteriori e ha tentato tre volte di colpirlo. Tutti i presenti furono scossi fino all’osso”. Circa un quarto d’ora più tardi ci raggiunse Natwarji. Gli domandai: “Cos’è successo?”. Disse: “Nulla”. Domandai: “Nessun danno?” Disse: “No, nemmeno un graffio”.
Capii perché avevo fatto esperienza di quella paura e di quell’ansia durante la notte, perché avevamo recitato Mritasanjivan Kavach e Shiva Raksha Stotra. Tre volte mi ero svegliato e tre volte divenni consapevole del mantra che avevo in mente. Il cavallo trascinò Natwarji per tre volte intorno al campo, per tre volte tentò di ucciderlo ma non vi era alcun graffio sul suo corpo, nessun dolore, niente. Il Mritasanjivan Kavach e Shiva Raksha Stotra lo protessero. Questa è una diretta esperienza della grazia e della compassione di Dio.
Natwarji montò sullo stesso cavallo e continuò il viaggio. Ora il cavallo era molto tranquillo e obbediente. Quando sarebbe dovuto succedere un improvviso incidente, il cavallo nella forma di Kaal lo trascinò tre volte intorno al campo e per tre volte tentò di ucciderlo. Quando il momento dell’incidente passò, lo stesso cavallo gli permise di montare in groppa e lo portò a destinazione.
È incredibile ma vero che prima di iniziare questo viaggio Natwarji mi aveva mostrato la sua carta del cielo. Indicava akalmrityu, ossia che una morte prematura sarebbe potuta sopraggiungere in un qualsiasi momento durante questo periodo. Quando lo vidi dopo l’incidente, gli dissi: “Ora che il periodo della tua morte è passato, vivrai più di ottant’anni”. Prima di partire era accaduto un altro fatto: avevo istruito la moglie di Natwarji di accendere un dipak (lume a olio, n.d.t.) in casa durante tutti i giorni del nostro viaggio. L’undici giugno, giorno dell’incidente, lei riuscì ad accendere il dipak dopo tre tentativi mancati e alcuni fiammiferi e dita bruciate.
Il parikrama del Kailash parte dal versante sud. Ecco perché il mantra Yamarupi Mahadevo dakshinasyam sadavatu continuava a ri-suonare nella mia testa. Questo incidente ebbe luogo sul versante me-ridionale e il Signore Shiva, con la sua grazia e compassione, salvò Natwarji da ogni male, dal dolore e dalla morte.
Il cammino del Kailash inizia dal versante sud, procede verso ovest e poi verso nord. Il primo giorno girammo attorno al Kailash da sud e andammo verso nord. La prima fermata per la notte è a nord. La caratteristica del Kailash è che quando si guarda da sud, le rocce sembrano delle scale, delle finestre e delle porte. Sembra la residenza del Signore Shiva. Arrivando sul versante occidentale del Kailash, le rocce sembrano elefanti, cavalli, carri, saggi, musicisti celestiali e così di seguito che si trattengono alla corte di Shiva e che lo adorano. Quando si vede il Kailash dal versante settentrionale sembra che sia fatto di nuvole a forma di onde.
Il parikrama ricomincia il giorno seguente, dopo una notte di ripo-so sul versante settentrionale. Durante questa parte del viaggio biso-gna attraversare il passo di Dolmala, all’altitudine di 5,722 metri. Il livello di ossigeno qui è soltanto del quattro per cento. Molte persone, a causa della mancanza di ossigeno, sperimentano uno stato di malessere e anche la perdita dei sensi. Quando raggiungemmo il Passo di Dolmala, che è quello più vicino alla vetta del Kailash, come prasad prendemmo delle pietre e della terra e nel punto più alto alzammo l’angavastra (drappo, n.d.t.) del Satyananda Yoga come bandiera. Semmai attraverserete il Passo di Dolmala durante il vostro parikrama del Kailash, troverete l’angavastra del Satyananda Yoga che ondeggia nel vento. Se fate il parikrama di Yama Dwar, scoprirete la bandiera del Sannyasa Pith.
Il viaggio di ritorno comincia dopo la discesa dal Passo di Dolmala. Non è possibile vedere il versante orientale del Kailash. Verso est c’è il lago Gauri Kund che era gelato. Oltre il Gauri Kund bisogna attraversare un ghiacciaio. Accanto ad esso si trova il Chunchula Kund e il Bindu Kund di cui si parla nello Shiva Purana. Si crede che il versante orientale sia la regione di Madre Parvati, dove lei vive con i figli e gli assistenti. Qui si trovano anche il Monte Ganesha, il Monte Skanda, il Monte Ashtamurti ed altri.
Completato il parikrama del Kailash, ritornammo verso Darchen. Ci riposammo per una notte e il mattino seguente ebbi un’altra visione divina. Feci ancora una volta esperienza dell’apertura del cuore. Ora che il parikrama era completato uscirono, uno per volta, Krishna, Rukmini, Shiva, Shakti, Swami Shivananda e Sri Swamiji. Rimasero tutti là, in piedi. Io feci pranam e dissi: “Come? Ve ne andate via? Non voglio che andiate via. Voglio che rimaniate con me”. Fu incredibile ciò che seguì. All’improvviso Krishna divenne una luce sospesa a mezz’aria, Rukmini divenne una luce, Shiva divenne una luce, Shakti divenne una luce, Swami Shivananda divenne una luce, Sri Swamiji divenne una luce - sei luci. Poi queste sei luci divennero una sola cosa. Un unico globo di luce viaggiò verso di me e rientrò nel mio cuore. Questa fu l’esperienza più straordinaria che io abbia fatto durante questo viaggio.

L’ultima tappa
Dopo la fermata di notte a Darchen, in cinque ore percorremmo in macchina i 450 chilometri fino a Sanga. Il giorno seguente percor-remmo in macchina altri 450 chilometri e in cinque ore attraversammo le frontiere di Dagmu e Kodari e fummo di nuovo a Kathmandu.
Durante l’ultima notte passata nel Tibet, pregai Shiva: “Questa è la mia ultima notte in questo luogo e, se ho ricevuto la tua grazia, ti prego di mostrarti a Swami Satsangi a Rikhia”. Andai a dormire. La mattina dopo ricevetti un sms da Swami Satsangi: “Alle tre di stamattina, in meditazione, ho avuto la visione di Shiva e del Kailash”. Questo significò che le mie preghiere furono esaudite. Mi disse anche: “Mi duole tutto il corpo come se avessi fatto il trekking”. A leggere questo mi sentii umile e chinai la testa con reverenza.
A Kathmandu tornammo al Tempio di Pashupatinath. Questa volta chinammo la testa in segno di ringraziamento per la grazia, le benedizioni, l’assistenza e il sostegno che ci avevano inondati. Avevamo iniziato il viaggio da Pashupatinath ed era giusto che lo concludessimo lì. Il cerchio era completo.
Oggi, avendo fatto questo importante pellegrinaggio e avendo fatto esperienza di devi, devata, guru e morte, posso fermamente dire che Dio esiste. Semmai nella mente ci fossero stati dei dubbi, ora sono svaniti per sempre. Vi è una forza superiore che può diventare visibile, che può diventare palpabile e reale, che può essere vista e sentita. Quella forza superiore è nota come “Dio”. Che lo chiamiamo Cristo o Shiva, o con qualunque altro nome, si tratta soltanto di ginnastica intellettuale. Se si va oltre, allora è possibile realizzare quella forza chiamata Dio. Non è neanche fuori luogo dire che ho intravisto quella forza e che è stata la più memorabile e più trasformante esperienza con cui sarei mai potuto essere benedetto.

Swami Niranjanananda

 


 

Satsang con Sw. Satyananda e Sw. Shivananda

Tratto da: Calendario 2014, Ottobre, Novembre, Dicembre, Shivananda Math, Rikhiapith, Deoghar, Jharkhand, India.

OTTOBRE

Satsang con Swami Satyananda Saraswati

Per un essere umano, il voto più difficile è abbandonare, rinunciare, lasciar andare. Tutti sanno accumulare, aggiungere. Rinunciare signi-fica fare un sacrificio. Il sacrificio si fa per il bene degli altri, proprio come una madre fa dei sacrifici e si astiene da molte comodità per il bene di suo figlio. Dovrebbe venire un tempo in cui le persone coltivino l’abitudine a dare. Dovreste dare a tutti, anche al benestante, non solo al povero e all’indigente. Dio non fa distinzioni fra ricchi e poveri. Dà a tutti. Dà ai più poveri dei poveri e anche ai più ricchi dei ricchi. Questo è l’atteggiamento di Dio e dovremmo impararlo. La felicità degli altri è la mia felicità.
Noi, che abbiamo a sufficienza di ogni cosa, dovremmo sviluppare nella nostra vita la filosofia di atmabhava. Questa è la filosofia del Vedanta: tu ed io siamo uguali. È scritto nel Vedanta e nelle Upani-shad che tutti noi, vivi o morti, siamo parte dell’anima universale che risiede in ciascuno di noi. È molto facile affermare ciò, ma dal punto di vista pratico non seguiamo questo principio. Nella pratica, “io” è separato da “tu”. La sensazione di unità si genera quando potete sentire che tutti coloro che vivono intorno a voi hanno la stessa anima o sono parte della stessa anima che è in voi e che il loro dolore e la loro gioia sono il vostro dolore e la vostra gioia. Per me, come essere umano, può non essere possibile condividere tutte le difficoltà dei miei vicini, ma sicuramente dovrei avere la qualità di averne coscienza. Una persona non può spazzare via la sofferenza di tutti nel mondo, ma dovrebbe esservi la percezione che se il vostro bambino è malato, io dovrei sentire la sofferenza che provate per lui, oppure quella dei vostri amici, dei vicini, di vostra moglie o di vostra figlia allo stesso modo di quella che proverei per i miei familiari. Questo è molto importante. Le affermazioni delle Upanishad non saranno vere fino a che non si pratica in questo modo. È inutile dire che tutti sono me stesso. Dovete viverlo, allora sentirete i loro problemi.
Non sto dicendo che dovremmo pagare per la loro educazione, sebbene sarebbe positivo farlo, ma le famiglie dei villaggi dovrebbero avere almeno due pasti completi al giorno per i loro bambini. Vi sono milioni di famiglie su questa terra i cui bambini non hanno due pasti completi al giorno. Per due, tre anni è stato con noi nell’ashram un autista. Poi gli abbiamo assegnato un’auto rickshaw e ora è autosufficiente e provvede al proprio mantenimento guadagnando cento rupie al giorno. È dovere di ognuno di noi, che si sia “sovrani o sudditi”, fare in modo che nessuno sia privo di queste minime necessità di base.

Messaggio di Swami Shivananda: il Perdono

Una persona dotata del perdono è misericordiosa e compassionevole. Errare è umano, perdonare è divino. Se praticate il perdono, diverrete forti e nobili. Potrete controllare facilmente l’ira. Il perdono dovrebbe essere come una nota cancellata, stracciata in due e bruciata, cosicché non possa mai essere mostrata a nessuno. Il perdono fa risparmiare le spese dell’ira, il costo dell’odio e la perdita di spirito.

NOVEMBRE

Satsang con Swami Satyananda Saraswati

I doni della yajna devono essere pratici perché sono dati alle popo-lazioni povere intorno a noi che non hanno molto. Qualunque cosa voi diate dovrebbe essere utile. Un povero ha bisogno di una lanterna e una bottiglia di kerosene, non di una radio o un registratore.
Nella yajna, il significato di un dono è che esso è per la persona comune. I ricchi dovrebbero donare più che ricevere. Un dono non è solo per compiacere qualcuno, non solo per trasmettere a qualcuno le vostre emozioni. I doni dovrebbero avere uno scopo pratico al fine di aiutare una persona che ha bisogno, che sia una coperta, una pashmi-na, un paio di scarpe, un ombrello, una cartella scolastica per un bambino, un compasso o un astuccio di matite. Un povero ha determinati bisogni nella vita, specie in questo paese.
I doni devono essere offerti in modo pragmatico. Un neonato ha bisogno di bavaglini, il che è anche molto pratico, poiché queste cose utili si possono avere a poco prezzo. Queste popolazioni rurali, il cui benessere è per me fondamentale, non possono usare forni a micro-onde o forni a gas, perché una bombola di gas per il forno costerebbe più di duecentocinquanta rupie, e un povero guadagna a malapena quaranta rupie al giorno. Con quelle deve provvedere al matrimonio di sua figlia e pagare le spese mediche. Perciò, scoprite che cosa è necessario donare.

Creare un equilibrio nella società
Il denaro ha tre destinazioni: daan, offerta; bhoga, piacere; nasha, di-struzione. Tutti i beni hanno solo queste tre destinazioni. Potete go-derne o potete offrirli, altrimenti saranno perduti o distrutti, ogni bene, mobile o immobile, oro o argento, cibo o dolci, abiti o animali, automobili o qualunque altra cosa.
Dovreste pensare a quanto vi è necessario per il vostro godimento. Collezionare e conservare cose non è godimento; anche accumulare cose non è godimento. Godimento è utilizzare le cose per se stessi. Avete molte cose di cui non avete bisogno e queste cose dovete offrirle a chi ne ha bisogno. Se offrite un lavoro o un servizio a chi ha bisogno, o se fate un accordo stabile per il sostentamento di una persona bisognosa, state facendo un importante servizio a quella famiglia.
La società che conosce solo la cultura del ricevere e non del dare promuove lo sfruttamento sociale. Per far attecchire un equilibrio nella società dovremmo insegnare ai bambini a seguire la cultura del dare e prendere. Se non riceviamo dagli altri come possiamo dare? Se non si raggiunge un equilibrio sociale, il divario tra opulenza e povertà non può essere colmato. Perciò, nella yajna si provvede alla distribuzione del prasad.
La comune popolazione è la base della nazione. I bambini dei vil-laggi e i loro genitori sono quelli che portano il peso della nostra so-cietà. Le masse forniscono le fondamenta, il terreno solido, la direzione e la destinazione per far procedere una nazione. Si deve avere una cura adeguata di questa sezione della società, altrimenti ci saranno stupri, saccheggi ed estremismo. Se non si ha cura della più numerosa porzione del paese, non si può dare sicurezza alla società. Circa il sessanta/settanta percento della popolazione mondiale è trascurata.
Questo è un messaggio per tutti. Se cuocete quattro pagnotte, una è per la società. Dovete condividere la vostra gioia, il vostro bottino, il vostro denaro. Dovete condividere la vostra felicità con tutti. Tutti dovrebbero riflettere sulla situazione di quel settore della società che è stato tenuto in condizioni di privazione per così lungo tempo. Se non date agli altri, come potrete avere qualcosa indietro?

Messaggio di Swami Shivananda: l’Equanimità

In questo mondo di coppie di opposti, l’uomo è sballottato qua e là da varie ondate di emozione. Ora ottiene guadagno, successo, onore, lo-de. Il momento dopo ottiene fallimento, perdita, disonore, biasimo e delusione. Colui che ha equità mentale o equilibrio può proseguire in questo mondo gioiosamente e pacificamente. Radicatevi nel vostro immutabile, completamente beato Atman interiore, disciplinando la mente e i sensi. Solo allora sarete in pace per sempre. Nessun’onda mondana vi potrà turbare. Rimarrete silenziosamente nelle profondità del vostro Sé interiore più intimo, che è un oceano di pace.
DICEMBRE

Satsang con Swami Satyananda Saraswati

I poveri del mondo sono una sfida per la vostra vita spirituale. Che sia in Asia, in Africa o in qualunque altra parte, le persone soffrono mentalmente, fisicamente ed economicamente. Il dieci per cento delle vostre entrate dovrebbe essere speso per la creazione di Dio. Questo è lo scopo della vita spirituale, altrimenti non parlate di Dio. Quello che spendete per il vostro godimento e lusso, per tre giorni al mese dovrebbe andare ai poveri.
Se volete il successo nella vita spirituale, trovate un modo per ser-vire i poveri. Avete mai fatto un pensiero sul riformare la società ser-vendo i bisognosi? Non è sbagliato fare la puja o leggere il Ramayana, la Bibbia o il Corano. Non è sbagliato visitare una chiesa, una moschea o un tempio. Non è sbagliato cercare il satsang con santi e sannyasin, ma il modo più importante per adorare Dio è vederLo nella Sua creazione. Dio è presente ovunque. Pensate a questo molto attentamente.
La famiglia mondiale inizia dal vostro villaggio, dalle persone nelle vostre immediate vicinanze. Non parlate del Vedanta fino a quando la loro infelicità, le loro terribili condizioni e la loro estrema povertà non tocca qualche corda nel vostro cuore, fino a quando la loro sofferenza non diventa parte della vostra sofferenza e i morsi della loro fame non vi tormentano. Pensare agli altri come pensate a voi stessi è atmabhava, includendo tutti nel vostro cuore.
Il quaranta per cento delle persone nei villaggi indiani non mangia tutti i giorni. Andate a vedere di persona. I bambini vanno a dormire con la fame. Io l’ho visto, lo so. Anche molti di voi lo sanno. Dovreste pensare a questa situazione. Abbiate quel tanto di compassione e gentilezza nel vostro cuore. Non potete dire che il mondo intero è la vostra anima mentre al tempo stesso un fratello o una sorella giace ammalato, affamato e infelice.
Gli abitanti dei villaggi del mio circondario sono molto semplici di cuore e anche molto poveri. La gente porta coperte, indumenti, giocattoli, libri e molti altri articoli che distribuiamo agli abitanti del panchayat di Rikhia. Questa è l’unica interazione che m’interessa. Se possiamo condividere quello che abbiamo con la gente dei villaggi, allora ci sarà una relazione amichevole fra noi. Questo crea un ambiente positivo. Quando le persone portano articoli per la distribuzione, questo aiuta anche il loro dharma e karma. Fare le puja non è l’unico modo per risolvere il vostro karma. È anche necessario condividere le gioie e le sofferenze degli altri.
La gente dei villaggi non ha alternativa al vivere nella privazione. L’analfabetismo è il più grande problema. Molti abitanti dei villaggi sono ciechi, disabili o vedove e hanno bisogno di aiuto. Invece di an-dare in pensione all’età di cinquantacinque o sessant’anni, pensate ad andare volontariamente in pensione a cinquant’anni e a gestire un’isti-tuzione di servizio sociale insieme ad altre dieci o quindici persone. Non fate solo il progetto sulla carta. Attuatelo e mantenetelo attivo nei villaggi, non nelle città. Ci sono molti servizi nelle cittadine e nelle città, ma non ce ne sono nei villaggi.
Il lavoro autonomo e il riparo sono importantissimi. Rikshaw e carretti a mano mettono gli uomini in grado di essere autosufficienti e di dar da magiare alle loro famiglie. Le macchine da cucire mettono le donne, specialmente le vedove, in grado di preparare oggetti e di venderli. Gli abitanti dei villaggi hanno necessità abitative diverse rispetto alla gente di città. Hanno bisogno di spazi per il bestiame, biada e legna da ardere, di una cucina e di una zona letto separata per i membri più anziani della famiglia. Il sistema di costruzione con mattoni di fango è molto economico e le case si possono costruire abbastanza facilmente. Pensare agli altri, specialmente agli svantaggiati, dovrebbe far parte della nostra vita, delle nostre capacità e risorse. Le nostre industrie dovrebbero dedicare una parte dei loro profitti a quei settori della società rappresentati dai poveri.
Per sviluppare un atteggiamento diverso dovreste pensare: “Ho tre figli miei, ma c’è un orfano bisognoso che è intelligente e meritevole ma non ha i soldi per la retta scolastica. Anche lui è figlio mio”. Le persone fanno un servizio a parole e affermano che tutto il mondo è la loro famiglia, mentre io qui cerco di fornire abbastanza vestiario solo per la piccola popolazione del panchayat di Rikhia, che considero la mia famiglia. Sto parlando di una realtà molto pratica. Anche se non posso occuparmi di tutte le loro necessità, posso chiamare tutto il mondo la mia famiglia. Comunque, il solo parlarne non fa del mondo la mia famiglia. Bisogna fare passi concreti.

Messaggio di Swami Shivananda: l’Appagamento

L’appagamento è il rimedio per tutti i mali. È una panacea per la cura di terribili malanni: la cupidigia e l’avidità. La mente rinfrescata da un sereno appagamento è sempre pacifica. Quando la vostra mente è preoccupata per la mancanza di scarpe, pensate a una persona che non ha i piedi e siate contenti. La felicità non consiste nel possedere molto, ma nell’essere soddisfatti di quello che possedete. Colui che vuole poco ha sempre abbastanza. Siate sempre soddisfatti di quello che accade. Sappiate che quello che sceglie Dio è meglio di quello che scegliete voi.



 

La Mia Prima Volta in India

Di Sannyasin Gayatri

Il mio soggiorno in India, e più precisamente nell’Ashram di Rikhia e Munger, è stato decisamente emozionante. Il periodo più lungo l’ho trascorso a Rikhia e posso chiaramente affermare che è stata per me come una grande casa. Una grande casa che mai avrei immaginato potesse coinvolgermi e affascinarmi così tanto.
All’interno dell’Ashram ero come trasportata dagli eventi, era come trovarsi in una cascata e l’acqua mi travolgeva senza che io potessi fare nulla per controllare il suo flusso. Ho provato parecchie volte questa sensazione e ciò avveniva soprattutto durante il Karma Yoga, quando mi ritrovavo a dover affrontare delle situazioni non troppo semplici oppure a dovermi relazionare con altre persone senza conoscere la lingua.
E costantemente, ogni volta che ero in difficoltà, appariva qualcuno o succedeva qualcosa che mi aiutava. Non ho mai conosciuto Swami Satyananda, non conosco i suoi modi di fare o il suo modo di parlare, ma stando a Rikhia e vivendo, anche se solo per poche settimane, in Ashram, sapevo che quell’aiuto che ricevevo non me lo stava dando la persona che avevo di fronte, ma una forma di energia più elevata. E così ogni volta che mi trovavo in situazioni difficili chiedevo aiuto e questo, puntualmente, arrivava. A Rikhia ho riscoperto la mia natura, come sono fatta realmente ed è forse per tale motivo che considero quell’Ashram come una parte di me.
Il giorno 24 Dicembre ho preso l’iniziazione a Karma Sannyasa da Swami Satsangi a Rikhia. È stata diversa rispetto alle altre iniziazioni, decisamente più intensa. Quando mi sono presentata di fronte a Swami Satsangi, è stato come se per quell’istante il mondo si fosse fermato. Non riuscivo a vedere nessun altro oltre a lei e la mia mente era completamente vuota. Non ricordo cosa ho pensato in quel momento, ma ricordo perfettamente ogni mio gesto o movimento. Probabilmente sono stata più consapevole di cosa stessi facendo in quell’istante rispetto a tutti gli altri giorni.
Ritengo inoltre di essere stata molto fortunata, soprattutto per aver avuto la possibilità di parlare con Swami Satsangi e Swami Niranjan. L’ultima settimana l’ho trascorsa a Munger e il tipo di esperienza è stata differente. Ho impiegato alcuni giorni per adattarmi al nuovo ambiente e al diverso tipo di energia, soprattutto perché ho provato maggior difficoltà nell’affrontare gli eventi. Durante l’assegnazione dei Karma Yoga non ero mai con il gruppo italiano ma sempre da sola e questo è stato, per me, come una grande opportunità per tirar fuori le mie risorse interiori.
Ho impiegato diversi giorni prima di accettare questa cosa, poiché emergevano diversi stati emozionali, come il senso di non appartenenza o la rabbia, che non mi permettevano di capire quale fosse, invece, l’insegnamento. Nonostante tutto, ritengo di aver fatto un’esperienza unica, intensa e meravigliosa.
Sn. Gayatri


 

Hatha Yoga Pradipika

Tratto da: Sw. Muktibhodhananda Saraswati, Hatha Yoga Pradipika, Yoga Publications Trust, Munger, Bihar, India.

Verso 25

Non c’è alcun dubbio che tosse, asma, malattie della milza, lebbra e venti tipi di malattia causati dall’eccesso di muco siano distrutti dagli effetti di dhauti karma.

La combinazione di tutte le pratiche di dhauti pulisce l’intero tratto digerente e respiratorio. Rimuove la bile e il muco vecchio o in eccesso, le tossine e ripristina l’equilibrio naturale della composizione chimica dell’organismo, alleviando così malattie causate da tali squilibri. Le varie pratiche aiutano a eliminare i batteri infettivi da bocca, naso, occhi, orecchie, gola, stomaco, intestini e ano. I risultati sono una riduzione del tessuto adiposo in eccesso e un sollievo da flatulenza, costipazione, cattiva digestione e mancanza di appetito.
Si dice perfino che dhauti curi la lebbra. Sebbene al giorno oggi questa malattia non sia molto diffusa in molti paesi, il punto è che perfino malattie così insidiose si possono attenuare con questa efficace pratica. Ai nostri giorni l’equivalente della lebbra potrebbe essere considerato il cancro.
Il Gherand Samhita afferma che dhauti può curare i disturbi addo-minali e la febbre. Naturalmente, non è consigliabile praticare dhauti quando c’è la febbre o un’infezione viscerale acuta. Tuttavia, se si pratica dopo essersi ristabiliti, preverrà la ricomparsa del problema.
Ci sono determinate condizioni in cui non si deve praticare antar dhauti, queste sono: ulcere gastriche e intestinali, ernia, malattie car-diache e ipertensione.

Verso 29

NETI (pulizia nasale)

Inserite un filo morbido nel naso per la lunghezza di una spanna in modo che esca dalla bocca. Questo è chiamato neti dai siddha.

Questa pratica di far passare un tratto di filo attraverso il naso si chiama sutra neti. Sutra significa filo. C’è un’altra forma di neti nota come jala neti e si fa con l’acqua.
Per praticare sutra neti bisogna usare un filo appositamente prepa-rato. Dovrebbe essere fatto di cotone, non di fibra sintetica, saldamente intrecciato e strofinato con cera d’api sciolta. Lo spessore dovrebbe essere di circa 4 mm e la lunghezza di 36 cm. Tuttavia, è più conveniente usare un sottile catetere di gomma lubrificato con ghi, in modo che scivoli facilmente attraverso il passaggio nasale. È anche una buona idea praticare jala neti prima di sutra neti per assicurarsi che le narici siano libere.

Tecnica 1: Sutra Neti (pulizia nasale col filo)
Accovacciatevi sui talloni, inclinate la testa leggermente indietro e inserite il filo o il catetere dritto nella narice sinistra.
Non bisogna forzare il filo attraverso il naso ma spingerlo gentil-mente in modo che scenda lentamente nella gola.
Quando raggiunge il retro della gola, mettete due dita in bocca e tirate fuori il filo dalla bocca lasciando pendere alcuni centimetri di filo dal naso.
Lentamente e gentilmente tirate il filo in avanti e indietro da trenta a cinquanta volte.
Estraetelo lentamente ed eseguite allo stesso modo dall’altra narice.
Il pranayama dovrebbe essere praticato dopo aver completato que-sta pratica.

Secondo l’Hatharatnavali (1:38), una volta che il filo è stato tirato fuori dalla bocca, si devono unire le due estremità e far ruotare il filo attraverso il passaggio nasale e la bocca. Comunque, è molto difficile unire bene le due estremità riuscendo ancora a far passare il filo con-fortevolmente attraverso il naso. Quindi può essere sufficiente tirare il filo avanti e indietro.
Per jala neti serve una speciale ampolla o neti lota che ha un bec-cuccio ideato apposta in modo da inserirsi adeguatamente nella narice. La lota deve essere riempita di acqua tiepida salata. Il sale dovrebbe essere quanto basta per insaporire.

Tecnica 2: Jala Neti (pulizia nasale con l’acqua)
State in piedi con le gambe divaricate, il peso del corpo distribuito ugualmente fra i due piedi e inclinatevi in avanti.
Inclinate la testa dal lato destro e inserite il beccuccio della lota nella narice sinistra.
Aprite leggermente la bocca e respirate dalla bocca. Mantenete tutto il corpo rilassato e lasciate uscire l’acqua dalla narice destra.
Quando avete utilizzato metà dell’acqua, togliete la lota, rimanete inclinati in avanti, riportate la testa al centro e lasciate scorrere l’acqua fuori dal naso.
Chiudete la narice destra con le dita e soffiate delicatamente attra-verso la narice sinistra in modo che esca tutta l’acqua rimasta.
Praticate allo stesso modo facendo passare l’acqua dalla narice de-stra.
Continuate a respirare attraverso la bocca per tutta la durata della pratica e non cercate di respirare dal naso. Quando soffiate il naso, non soffiate troppo forte, altrimenti l’acqua eventualmente rimasta potrebbe essere spinta nelle orecchie. È importante eliminare tutta l’acqua dopo la pratica, in modo che non si producano irritazioni dei seni paranasali e delle membrane mucose. Sebbene si possa praticare neti in posizione accovacciata, è meglio stare in piedi.
Se sentite dolore nel naso durante la pratica, la quantità di sale non è corretta. Troppo poco sale provocherà dolore e troppo sale causerà una sensazione di bruciore.
Invece dell’acqua potete usare latte caldo per praticare dugdha neti o ghi caldo per praticare ghrita neti. (Se si usa l’olio invece del ghi, deve essere non concentrato e senza sostanze chimiche aggiunte). Queste due pratiche sono classificate come varianti di jala neti. Tuttavia, la forma più potente di jala neti è con l’urina. Sebbene non sia nominata nei testi di hatha yoga, è particolarmente utile per curare l’infiammazione del passaggio e della cavità nasale e il sanguinamento.
Si può praticare neti tutti i giorni se si soffre di sinusite, raffred-dore, insensibilità agli odori, sangue dal naso, mal di testa, affatica-mento o infezioni degli occhi, altrimenti è meglio praticare solo una o due volte a settimana. Le persone che soffrono di emorragia cronica non dovrebbero tentare neti se non sotto una guida esperta.
È consigliabile praticare bhastrika o kapalbhati pranayama dopo jala neti. Questo asciugherà il naso e produrrà calore nelle narici.

Verso 30

Neti purifica il cranio e conferisce chiaroveggenza. Distrugge anche tutte le malattie che si manifestano al di sopra della gola.

Sutra e jala neti esercitano un profondo effetto fisiologico sul corpo, sulla mente e sulla personalità. A livello fisico, l’irrigazione della mucosa nasale elimina il muco accumulato dalle narici, dai passaggi collegati e dalle cavità nasali, consentendo all’aria di fluire senza ostruzioni.
Le membrane che rivestono le narici secernono uno strato protetti-vo di muco viscoso. Minuscole ciglia fatte come capelli provocano il movimento di questo muco insieme alle sostanze inquinanti, alla polvere, ecc. che aderiscono alla sua superficie. La membrana nasale è riccamente innervata da fibre nervose ed è probabilmente l’area più sensibile di tutto il corpo.
Queste fibre nervose comprendono non solo le fibre del nervo ol-fattivo (il primo paio di nervi cranici), responsabile del senso dell’olfatto, ma anche numerose altre fibre del sistema autonomo che inviano al cervello informazioni sul respiro che entra. Non solo gli odori, ma anche la temperatura dell’ambiente, il grado di umidità e gli allergeni presenti nell’aria sono percepiti tutti dal naso mentre il respiro in entrata è condotto attraverso questa membrana mucosa.
Neti esercita un effetto rilassante e irrigante sugli occhi, stimolando i dotti e le ghiandole lacrimali. Libera anche l’entrata delle tube di Eustachio nel rinofaringe. Anche i seni, importanti cavità ossee nelle ossa facciali e frontali, sono rivestiti da membrane mucose e contribuiscono a rendere il cranio leggero e la voce risonante. Neti favorisce il drenaggio dei seni, prevenendo ristagni di muco e mantenendo i seni puliti e funzionanti.
La pratica regolare di neti mantiene sani i meccanismi secretori e drenanti di tutto l’orecchio, del naso e della zona della gola. Ciò aiuta a tener lontani raffreddori e tosse, rinite allergica, febbre da fieno, catarro e tonsillite. Dona anche resistenza nei confronti di svariati di-sturbi di orecchie, occhi e gola come miopia, mal di testa da tensione dovuto a sforzo degli occhi, alcuni tipi di sordità come quella dovuta ai tappi di cerume, infezioni dell’orecchio medio, infiammazione delle adenoidi e previene anche la formazione dei polipi nasali. Qualora vi sia debolezza in queste aree, originata anche fin dall’infanzia, neti stimola e ripristina il funzionamento naturale. Nei bambini la respirazione attraverso la bocca, che porta a scarsità di memoria, concentrazione e sviluppo, è superata per mezzo di neti.
Neti attenua la tensione muscolare del viso e i tic nervosi e aiuta a mantenere la giovinezza e la freschezza del viso. Rilascia la tensione emotiva ed è benefico per l’ansia, la depressione, l’epilessia e l’isteria.
Naturalmente, la pratica di neti favorisce un equilibrio fra la narice destra e sinistra e, di conseguenza, fra l’emisfero destro e sinistro del cervello. Ciò induce uno stato di armonia ed equilibrio in tutto il sistema nervoso centrale e negli apparati che regolano la funzione respiratoria, circolatoria, digestiva ed escretoria.
I lobi frontali del cervello, responsabili delle facoltà mentali superiori, cominciano a funzionare in maniera ottimale. L’integrazione delle facoltà mentali superiori porta genialità, intuizione, creatività e così via.
Secondo Yogi Swatmarama, il perfezionamento di neti porta a di-vya drishti. Divya significa divino e drishti vista o visione. Divya drishti è la facoltà della chiaroveggenza che si manifesta col risveglio di agya chakra. È una facoltà della mente superiore intuitiva o “terzo occhio”. Si dice che la pratica di neti stimoli agya chakra, ne elimini i blocchi e lo porti ad un funzionamento più completo. 
Verso 31

TRATAKA (lo sguardo focalizzato)

Guardare intensamente con uno sguardo che non vacilla un piccolo punto fino a quando non sgorgano le lacrime è noto come trataka da-gli acharya (maestri).

Trataka significa fissare stabilmente. Ci sono due forme di questa pratica, una è bahiranga o trataka esterno e l’altra è antaranga o trataka interno. Bahiranga è più semplice da praticare perché dovete soltanto fissare un oggetto o un simbolo. Invece, antaranga trataka implica una chiara e stabile visualizzazione interiore di un oggetto. Swatmarama non ha indicato se si riferisse alla pratica esterna o interna, perciò le esamineremo entrambe.
Swatmarama dice di fissare un piccolo punto o sukshma lakshyam. Sukshma può significare piccolo o sottile. Nella pratica di trataka si fissa un oggetto finché la sua forma sottile non si manifesti davanti agli occhi chiusi.
Il punto di concentrazione di solito è un simbolo o un oggetto che attivi il potenziale interiore e che possa assorbire la mente. L’oggetto più comunemente usato è la fiamma di una candela, perché anche do-po aver chiuso gli occhi, l’impressione della fiamma rimane per un certo tempo e si può praticare facilmente antaranga trataka. Lo scopo di focalizzare lo sguardo su un oggetto esterno è di risvegliare la visione interna e di rendere stabile quella visione fermando i movimenti degli occhi.
Ci sono altri simboli o oggetti ugualmente efficaci, come una sfera di cristallo, uno shivalingam, yantra, mandala, la luna piena, una stella, il sole che sorge o tramonta (quando è un globo rosso/arancio e non giallo), un chakra, il simbolo dell’Om o la vostra stessa ombra. Questi sono i più efficaci ma si può anche fare trataka su una rosa, un albero, una montagna, sul mare o sul lampo. In effetti, anche quando la gente adora una particolare divinità e fissa stabilmente la sua forma, è bahiranga trataka.
Fra tutti i simboli ed oggetti, il più adatto per l’uso generale è la fiamma della candela, perché un simbolo, uno yantra o un mandala lasciano un’impressione nella mente e stimolano determinati centri. Se vi concentrate su Kali, risveglierete quell’aspetto del vostro essere interiore, se non ne siete oltre. Potreste perfino manifestare Kali ed essere terrorizzati dalla sua forma spaventosa. Perciò è più pratica una fiamma o una luce stabile, a meno che il guru non dica diversamente.
Ad un certo stadio di concentrazione vedrete un punto di luce da-vanti agli occhi chiusi. Questo va sviluppato e reso stabile, poiché all’inizio tende a vacillare o anche a scomparire.
Si può praticare trataka in qualunque momento, ma è più efficace quando viene eseguito a stomaco vuoto. Il momento più adatto è fra le quattro e le sei del mattino, dopo la pratica di asana e pranayama. Se volete scavare più a fondo nella mente, dovreste fare trataka a tarda notte prima di andare a letto e prima di japa o della meditazione.
Se avete un flusso incontrollabile di pensieri durante trataka, nello stesso tempo dovreste praticare anche mantra japa. Se sentite sforzo negli occhi, immaginate che state respirando dal centro fra le sopracciglia verso agya chakra e viceversa. Quando chiudete gli occhi e fis-sate l’immagine complementare, continuate con la stessa consapevolezza del respiro: respirare verso e dall’immagine attraverso il centro fra le sopracciglia.